martedì 17 gennaio 2012

HARLEY DAVIDSON UNA LEGGENDA

Eheh,
sono motociclista, purtroppo non possiedo un'Harley per due motivi:
1. il costo delle manutenzioni e ricambi sono eccessivi;
2. amo viaggiare senza troppi problemi fra olio,vibrazioni e, per l'appunto, in caso di rotture che faccio,un mutuo per pagare? :)

E così, riassumendo un poco il tutto, spero che questo viaggio vi porti a sognare.




HARLEY DAVIDSON 
UN MITO, UNA LEGGENDA 


La Harley-Davidson nacque quasi in sordina nel 1902 a Milwaukee quando William Harley, di 21 anni, e Arthur Davidson, di 20, costruirono un prototipo di una bicicletta motorizzata. Questo mezzo venne realizzato nel garage di Davidson che misurava 3 metri per 5. Il loro prototipo funzionò e alla società si unirono i due fratelli di Davidson, William e Walter. Nei primi due anni furono venduti solo tre esemplari.
La Harley-Davidson venne fondata il 28 agosto 1903 e da questa data cominciò la produzione. Furono apportati molti cambiamenti al prototipo tra i quali un telaio di nuova progettazione. Nonostante questo la produzione di quell'anno rimase di tre moto.
Nel 1906 venne costruito il loro primo stabilimento, in Juneau Avenue, dove ancora oggi si trova il quartiere generale della ditta. Il garage originale venne demolito accidentalmente durante la costruzione del nuovo edificio. Questo nuovo impianto misurava 9 per 24 metri. La produzione delle Harley-Davidson crebbe gradualmente e con i nuovi impianti fu possibile produrre, nel 1907, 150 motociclette. Il 17 settembre viene ufficialmente fondata la Harley-Davidson Motor Company. Questo anno si rivelò importante per la casa in quanto cominciò la vendita, che dura tuttora, delle prime moto alle forze di polizia.
Le prime moto erano tutte monocilindriche. Il primo motore bicilindrico a V di 45º venne introdotto nel 1909, il V-Twin. Questo motore non era ancora il cavallo da tiro che è divenuto attualmente. La sua cilindrata era di soli 810 cm3 (49,6 in 3) e erogava 7 hp (5 kW), che comunque era una potenza doppia rispetto a quella fornita dai precedenti propulsori. La velocità massima che potevano raggiungere le moto di questo periodo era di 97 km/h, un valore che poteva essere considerato buono per quell'epoca. La produzione fu di 1.149 esemplari.
Il successo della Harley-Davidson le attirò molti concorrenti, tanto che nel 1911 se ne annoveravano circa 150.
Nel 1913 lo stabilimento originale venne ingrandito e raggiunse una superficie di 28.000 m2. Nonostante la dura competizione la Harley-Davidson restava il costruttore più importante e dominava anche le competizioni motociclistiche. In questo anno la produzione raggiunse i 12.904 esemplari.


LA PRIMA GUERRA MONDIALE

Nel 1917 gli Stati Uniti entrarono nel conflitto che da tre anni si era scatenato in Europa. I militari richiesero delle moto da poter utilizzare nelle operazioni. Le Harley-Davidson erano già state provate dalle forze armate durante le schermaglie di confine contro Pancho Villa, ma fu solo con la prima guerra mondiale che le motociclette furono adottate in grandi numeri; La società ne fornì circa 45.000 esemplari. Queste moto erano di cinque modelli, due monocilindriche e tre bicilindriche (18F monomarcia 18G e 18J dotate di tre marce) di circa 1000 cc di cilindrata. Nello stesso tempo la ditta consolidava la sua posizione di fornitore delle forze di polizia.

ANNI '20 E '30

Nel 1920 la Harley-Davidson era divenuto il più grande costruttore di motociclette al mondo. La fine del conflitto aveva portato ad un periodo di crisi nel quale molte piccole case erano scomparse mentre la casa del Wisconsin aveva sviluppato la sua rete di vendita ed ora era presente in 67 paesi producendo 28.189 motociclette. Il 28 aprile 1921 fu raggiunta una pietra miliare nella storia del motociclismo quando una Harley-Davidson fu la prima moto a raggiungere i 160 km/h (100 mph). Durante questo periodo vennero introdotti diversi cambiamenti tra i quali un nuovo motore bicilindrico a V da 1.200 (74 in3) cc di cilindrata (1922), il tipico serbatoio detto Teardrop (lacrima) che può ancora oggi essere visto sulle moto (1925) e il freno anteriore (1928). Nel 1926 l'azienda decise di ritirarsi dalla competizioni a causa dei forti investimenti richiesti. Con la Grande Depressione degli anni trenta solo due costruttori restarono in attività: la Indian e la Harley-Davidson.

LA SECONDA GUERRA MONDIALE


Con l'entrata degli Stati Uniti nella seconda guerra mondiale ritornò a produrre, in grandi numeri, motociclette per le forze armate. I modelli prodotti erano la WLA e la XA. Quest'ultima era una copia della BMW utilizzata dalla Wehrmacht e, come l'originale era dotata di un motore bicilindrico boxer. Fu l'esercito statunitense stesso che richiese di produrre una copia di questa moto in quanto i militari erano rimasti impressionati dalla scarsa manutenzione necessaria e dalla sua grande affidabilità. In totale la Harley-Davidson produsse durante il secondo conflitto mondiale 88.000 motociclette. Di queste solo 1.000 furono delle XA.
Le moto surplus andarono ad alimentare il mercato post-bellico europeo. Furono adottate da molte forze armate e per alcuni aspetti alimentarono il sogno americano degli europei. Per fare un esempio nel film Un americano a Roma, Nando Meniconi (Alberto Sordi) guida una di queste moto, una WLA 750, nota come "Liberator"
Con la fine del conflitto la ditta ritornò alla produzione civile con la messa in commercio di un grande numero di bicilindriche di grande cilindrata che conobbero il successo sia commerciale che sportivo.



 
IL DOPOGUERRA, LA CRISI DEGLI ANNI SETTANTA, IL RILANCIO


Uno dei modelli più riusciti, lo Sportster fu realizzato il 27 gennaio 1957 e messo in produzione lo stesso anno. La semplicità motoristica e della linea ne decretarono il successo sia come modello da strada che da pista nella versione "R". Ancora oggi è possibile trovare in catalogo diversi allestimenti dello Sportster. Nel corso degli anni si ebbero diverse cilindrate tra le quali il 750, il 1000 Iron Head ed i motori "Evolution" 883, 1100 e 1200.
Agli inizi degli anni settanta la casa aveva cessato di essere una industria innovativa in campo motociclistico, le sue moto erano rimaste fondamentalmente immutate da parecchi anni ed erano costose. La maneggevolezza e la qualità erano inferiori a quelle delle moto giapponesi dell'epoca.
Nel 1969 la Harley-Davidson Motor Company era stata acquistata dalla AMF (American Machine and Foundry), divenendo AMF-Harley-Davidson. La AMF continuò la produzione riducendo drasticamente la forza lavoro. Questo atteggiamento portò ad uno sciopero dei lavoratori ed un abbassamento della qualità. Le vendite diminuirono, la qualità precipitò e la compagnia rischiò la bancarotta. Vennero anche coniati dei giochi di parole sul, una volta riverito, nome della ditta che venne chiamata Hardly Ableson (gioco di parole che può essere tradotto come a stento capace in inglese hardly able, il -son dovrebbe derivare da Davidson) mentre il soprannome Hog, Harley Owners Group, aveva assunto una valenza, nello stesso tempo, affettuosa e dispregiativa (maiale).
Fu però in questo periodo che la AMF-Harley-Davidson, grazie al reparto corse della incorporata Aermacchi, riuscì a conquistare gli unici titoli iridati della sua storia. Nelle stagioni 1974, 1975 e 1976 del Campionato mondiale di velocità, le moto italo-americane, condotte da Walter Villa, mieterono innumerevoli vittorie nei Gran Premi, aggiudicandosi quattro titoli piloti e due titoli costruttori, nelle classi 250 e 350.
Nel 1981 l'AMF rivendette la Harley-Davidson ad un gruppo di 13 investitori guidati da Vaughn Beals e Willie G. Davidson. Venne introdotto il modello Sturgis. Per riportare in attivo la ditta vennero studiati i metodi seguiti dai concorrenti e in particolare dai costruttori giapponesi. Vennero introdotte quindi delle novità quali il sistema MAN (Material As Needed) che consisteva in un monitoraggio costante dell'inventario in modo che fosse stoccato solo quanto necessario e altri sistemi di qualità.
Lentamente la ditta aumentò le vendite e gradualmente catturò un nuovo flusso di fedeli acquirenti; fu però solo con l'introduzione del modello Softail Custom nel 1984 (FXSTC coda soffice - un sistema di ammortizzatori adeguatamente posizionati ed occultati ad imitazione della linea dei vecchi telai rigidi delle Hydra Glide ed un nuovo motore, l'Evolution da 1340 cm3), che tornò ad esser leader nel mercato delle moto di grande cilindrata (sopra i 750 cm3). Il Fat Boy in seguito nel 1990 confermò la grande ascesa della casa di Milwaukee. Il nome scelto per questa moto scatenò una controversia. Si disse che era ispirato al nome di una delle bombe atomiche sganciate sul Giappone nella seconda guerra mondiale. La ditta negò decisamente questo legame e affermò che il tutto era frutto di una pura coincidenza.
Paradossalmente la Harley-Davidson produce più profitti con l'utilizzo su licenza del suo marchio per la produzione di merchandise che con la vendita delle motociclette. Nel 1997 la Ford Motor Company produsse una versione Harley-Davidson, con tanto di marchio aziendale, di un suo veicolo commerciale della F-Series. Questo tentativo verrà seguito nel 2006 da un pick-up Ford F-150 sempre Harleyzzato.

ESPANSIONE DEL MARCHIO ED EVOLUZIONI PRODUTTIVE


Nel 1998 la Harley-Davidson acquista la Buell Motorcycle Company con cui collaborava sin dagli anni '80 e che era nata proprio da una collaborazione tra la Casa di Milwaukee ed Eric Buell, ex ingegnere della stessa.
Nel 1999 viene prodotto il primo motore Twin Cam 88 (1450 cc) e compare la prima iniezione elettronica sui motori. Nel 2000 esce il primo motore Twin Cam 88 controbilanciato, con il pressoché totale annullamento delle vibrazioni, che viene montato sui modelli Softail. Entro il 1999 tutti i motori 'big twin' Harley saranno rappresentati da questo propulsore.
Nel 2001 commercializza la V-Rod con un look che coniuga la tradizione con la modernità. Il motore è un bicilindrico raffreddato a liquido dalla potenza di 120 cv, progettato da Porsche ed industrializzato dalla Casa di Milwaukee.
Viene dato a metà 2006 l'annuncio che, la nuova gamma 2007 eliminerà il carburatore dai modelli 883 e 1200, gli ultimi ad usare questo sistema di alimentazione, mentre i motori dei restanti modelli passeranno a 1584 cm3 (twin cam).
L'11 luglio 2008 viene riportata la notizia che la Harley Davidson ha concluso un accordo per l'acquisto del gruppo italiano MV Agusta per circa 70 milioni di euro (109 milioni di dollari) per espandere il proprio business in Europa. L'operazione viene regolarmente conclusa all'inizio di agosto dello stesso anno
In seguito a problemi finanziari dovuti alla crisi economica, rivende la MV Agusta a Castiglioni (il precedente proprietario) per la simbolica cifra di un euro; inoltre il marchio Buell Motorcycle Company viene soppresso.




martedì 10 gennaio 2012

Lingua degli Indiani d'America .. per saperne un po'



 

PRIMA LEZIONE
(WOUNSPE TOKAHE)


Introduzione al Sistema dell'Alfabeto Lakota

Il sistema dell'alfabeto Lakota utilizza l'alfabeto inglese, escludendo le lettere d, f, q, r, v ed x. Alcuni suoni Lakota non si trovano nella lingua inglese e questo complica il processo di scrittura Lakota utilizzando l'alfabeto romano/inglese.

Vocali base Lakota

a e i o u

Vocali nasali Lakota

an in un

Consonanti

b c g h j k l m n p s t w y
z

Due ulteriori suoni sono stati introdotti nel linguaggio di conversazione: ea, presente ad esempio in Pilamayea (abbreviazione di Pilamayaye “Grazie”) e au, usato ad esempio in Lilauste (abbreviazione di Lila Waste “Molto bene”). I suoni ea ed au non fanno parte dell'alfabeto, ma sono stati aggiunti in seguito, divenendo parte del gergo locale.

Vocali base Lakota

Nel 1982 il Consiglio per la preservazione della lingua Lakota dichiara che il sistema alfabetico Lakota utilizza 8 suoni per le vocali: 5 vocali Lakota base e 3 vocali Lakota nasali.
Ogni vocale base (a, e, i, o, u) è uno specifico suono separato.

Guida alla pronuncia
Tutte e 5 le vocali base si pronunciano come le nostre vocali in italiano.
Quando una vocale è posta all'inizio di una parola, il suono è articolato molto chiaramente.

Esempi: o-le u-wa

Quando due o più vocali si trovano una di seguito all'altra, ogni vocale si pronuncia separatamente. Le parole Lakota hanno tante sillabe quante sono le vocali in esse contenute.

Esempi: o-i-le 3 vocali = 3 sillabe
o-i-a-li 4 vocali = 4 sillabe



Saluti Lakota

Non ci sono parole in Lakota per dire “Ciao” o “Buon giorno”. Questi sono saluti usati nel linguaggio italiano/inglese, ma che non esistono in Lakota.
Comunque, i traduttori inglesi oggi cercano di tradurre queste espressioni adattandole al Lakota. Per esempio, hanno creato la frase “Hihanni waste”, letteralmente “Qualcosa è andato bene stamattina”, per sostituire “Buon giorno”. Questa frase anglicizzata segue la struttura delle frasi Lakota, ma il significato è leggermente differente dall'espressione italiana “Buon giorno”. In Lakota non è uso comune entrare in una riunione di persone e dire “Buon giorno”. Un madrelingua Lakota saluterà le persone con termini che indicano specifiche parentele.
Nel modo di salutare Lakota, è appropriato per l'uomo salutare per primo quando si rivolge al sesso opposto. Gli uomini diranno “Hau”, seguito dal termine appropriato di parentela. “Hau” viene anche utilizzato per rispondere ad un saluto e per mostrare accordo con chi sta parlando. E' un'espressione maschile di saluto.
Le donne non usano “Hau”. Una donna risponde ad un saluto precedendo il termine adeguato di parentela con “Han”. Nei casi in cui una donna voglia salutare per prima un uomo, userà soltanto il termine di parentela, senza farlo precedere da “Han”. Se una donna saluta un'altra donna, allo stesso modo userà soltanto il termine di parentela verso quella donna.
E' facile confondere queste distinzioni tra i modi di salutare maschili e femminili. In tempi recenti, molti visitatori sono venuti nelle riserve ed hanno cercato di usare questi saluti senza impararne l'uso appropriato dai madrelingua locali.
Una volta, durante una cerimonia inipi (cerimonia di purificazione), una donna stava visitando la capanna sudatoria. Ogni volta che l'uomo di medicina pregava o faceva un commento, lei rispondeva ad alta voce “Hau, hau”, invece di dire “To!” oppure “Haye!”, come le altre donne. Continuando con le sue preghiere, l'uomo di medicina espresse un messaggio dagli spiriti e questa donna rispondeva ad alta voce dicendo “Hokahe”, un espressione maschile che significa “Andiamo. E' ora di iniziare”. L'uomo di medicina non potè trattenersi ancora a lungo. Iniziò a ridere e dimenticò persino di trasmettere il resto del messaggio.
Facendo pratica con la filosofia inerente a questo tipo di linguaggio, tu saluterai le altre persone con un termine di parentela. Siccome i termini relativi ai cugini sono i più comunemente usati, inizieremo con quelli. Così come l'uomo ha un diverso genere contraddistinto dalla finale delle frasi, domande e comandi, egli utilizza anche termini specifici relativamente a parenti femminili o maschili, che si differenziano dai termini usati dalle donne. Allo stesso modo, la donna ha dei termini suoi per indicare le relazioni di parentela.
Anche se per noi sembra strano, lei o lui viene salutato come un parente. Secondo la mentalità Lakota, questa filosofia è estesa oltre la famiglia, anche agli estranei. Se vi è incertezza sull'età, vengono usati i termini relativi ai cugini:

Termini maschili per esprimere cugino o cugina
Tanhansi verso un altro maschio
Hankasi verso una femmina

Termini femminili per esprimere cugino o cugina
Sic'esi verso un maschio
Cepansi verso un'altra femmina
Comunque, questa distinzione diventa difficile quando l'estraneo alla porta è di bell'aspetto, una situazione in cui la filosofia Lakota viene provocata dal desiderio umano. Nel riconoscere qualcuno come un parente, i desideri ed i bisogni personali vengono messi da parte e viene praticato l'autocontrollo per rispettare ed onorare il concetto di mitakuye oyas'in, “tutti miei parenti”.


Termini per esprimere “cugini”

Gli Anziani ci insegnano a vedere i nostri tanhansi, hankasi, sic'esi e cepansi tanto importanti quanto i nostri propri fratelli e sorelle di sangue. In italiano questi termini vengono tradotti come “cugini”, una traduzione che io contesto. Il termine italiano “cugino” implica una distanza che separa la famiglia estesa dalla famiglia ristretta, una distinzione che non viene fatta in Lakota. Questa distanza viene maggiormente incrementata dalle attribuzioni italiane di cugino di primo, secondo, terzo grado e così via. In Lakota, una volta che una persona viene riconosciuta all'interno di una tiospaye (famiglia allargata unita) il vincolo è stato stabilito.
A seguito di queste credenze, risulta difficile tradurre i nostri termini di parentela in italiano. Tanhansi, hankasi, sic'esi e cepansi rappresentano il vincolo che si sente nei termini italiani di “fratello” e “sorella”, anche se sono leggermente diversi dai termini Lakota che vengono tradotti per indicare “fratello” e “sorella”. Limitato dalla lingua italiana, userò il termine “cugino”, ma sempre messo tra virgolette, per ricordare al lettore la limitazione della traduzione.
Inoltre, noi non distinguiamo i parenti allo stesso modo in cui si fa in italiano. Io mi rivolgo ad alcuni dei miei “cugini” con i termini Lakota che si traducono in fratello e sorella, e ad altri miei “cugini” con i termini tanhansi o hankasi. Ciò dipende dal tipo di relazione che ho con quella persona.
Oggi, le traduzioni dei nostri termini di parentela, basate sul concetto di famiglia ristretta, hanno un impatto negativo sulla nostra struttura sociale, che è la tiospaye unita. Noi, che parliamo in Lakota, abbiamo bisogno di imparare e capire il significato Lakota di questi termini ed insegnare ai nostri figli le differenze. Questo deve essere fatto per tenere insieme la nostra tiospaye.

Esempi di saluti:

tanhansi “cugino” da maschio a maschio
hankasi “cugina” da maschio a femmina
sic'esi “cugino” da femmina a maschio
cepansi “cugina” da femmina a femmina
kola “amico” da maschio a maschio
maske “amica” da femmina a femmina


Wicasa / Winyan

Wicasa e Winyan vengono spesso tradotti come “uomo” e “donna”, senza una completa spiegazione di questi due termini. Essi implicano una posizione d'onore. Winyan viene usato per indicare una donna che ha raggiunto una buona educazione, maturità e responsabilità. La stessa cosa vale per wicasa rivolto all'uomo. (Wica = maschio, sa = ornamento. Sa è l'abbreviazione di saic'iye, che significa vestirsi. In questo contesto, “sa” può essere tradotto come una realizzazione nelle aree di educazione, maturità e responsabilità). Un uomo non rimane per molto tempo hoksila (ragazzo) ed una donna non rimane per molto tempo wicincala (ragazza), quando essi esibiscono queste qualità. Questo significa anche che quando prendi una decisione, devi seguirla sino alla fine. Tradizionalmente, un giovane uomo o una giovane donna devono raggiungere questo status prima di sposarsi o prima di progettare di costruire una famiglia. Il risultato di quel matrimonio è di sola responsabilità di questi due individui. Loro non hanno nessuno da incolpare per i loro fallimenti, ma loro stessi, perchè loro sono WICASA e WINYAN.


Kola

Gli Anziani dicono che sei fortunato ad avere un kola durante la tua esistenza. Riconoscere un altro uomo come kola significa impegnarsi verso questa persona per il resto della propria vita. Essi dicono che se un kola viene colpito in battaglia, il suo kola deve andare e rischiare per lui. Questo è il suo lavoro perchè loro sono kola. L'impegno è così forte.
Gli impegni Kola e Maske (il termine usato dalle donne) valgono solo tra le due persone che ne sono coinvolte. I membri della famiglia e gli amici rispettano ed onorano questo impegno, ma non sono obbligati a diventare parte della relazione. In un sistema tiospaye a volte potrai sentire “Questo è il suo kola” o “Questa è la sua maske”. Questi termini permettono a due persone di condividere informazioni confidenziali e nessuno potrà indagare sui loro problemi personali. Un kola o una maske non rivelerà informazioni sulle altre persone, specialmente se ciò danneggia gli altri. Qui è di abitudine tenere un segreto. Ai giorni nostri, noi possiamo pensare di avere un amico e di potergli raccontare un segreto, ma ben presto tutta la comunità ne verrà a conoscenza. Questa persona non è un amico. Questa persona non è un kola.
Spesso due kolapi o due maskepi (in Lakota il plurale dei termini si crea aggiungendo “pi” alla fine della parola) sono molto simili. Essi condividono interessi comuni e pensano in modo simile. Per prendere in giro un cognato, un uomo potrebbe dire “Hau kola”. Il cognato risponderebbe “Hoh, non parlare così ad alta voce. Gli altri potrebbero pensare che sono come te!”.


Introduzione alle parole finali delle frasi a seconda del sesso di chi sta parlando

Nella filosofia Lakota, esperienza e conoscenza hanno uguale importanza ed insieme creano la saggezza. Una persona che possiede saggezza userà le terminazioni appropriate a seconda del genere in una frase. Le terminazioni a seconda del genere sono delle parole che vengono poste alla fine di una frase e che identificano il genere maschile o femminile di chi sta parlando. Negli esempi seguenti si può notare in che modo le frasi cambiano a seconda del tipo di frase e del sesso di chi parla.

Femmina Maschio

Affermazione singolare Affermazione singolare

Questo è buono. Questo è buono.

Waste ksto / Waste ye Waste yelo

(entrambi i termini ksto e ye
vengono usati al femminile, la
scelta dipende dalla tiospaye di
appartenenza)

Affermazione plurale Affermazione plurale

Loro sono buoni. Loro sono buoni.

Hena wastepi ksto / Hena wastepe Hena wastepelo

(Il plurale si forma aggiungendo “pi” (Si aggiunge “pi” + yelo =
al fondo della parola + ksto oppure pelo)
aggiungendo “pi” + ye = pe)

Domanda signolare Domanda singolare

Questo è buono? Questo è buono?

Waste he? Waste huwo?

Domanda plurale Domanda plurale

Loro sono buoni? Loro sono buoni?

Hena wastepi he? Hena wastepi huwo?





Femmina Maschio

Comando singolare Comando singolare

Sii buono! Sii buono!

Waste ye! Waste yo!

Comando plurale Comando plurale

Siate buoni! Siate buoni!

Wastepe! Wastepo!

Formazione del plurale in breve:

pi + yelo = pelo (Wastepi + yelo = Wastepelo)

pi + ye = pe (Wastepi + ye = Wastepe)

pi + yo = po (Wastepi + yo = Wastepo!)



FORME PARTICOLARI

Quando un verbo finisce con u, o oppure un, le terminazioni finali ye, yo e yelo diventeranno we, wo e welo.

Esempi:

Venire
u u + ye = U we! (Vieni!) ---- per la femmina
u + yo = U wo! (Vieni!) ---- per il maschio
u + yelo = U welo (Sta venendo) ----- per il maschio

Colpire un bersaglio
o o + ye = O we! (Colpisci il bersaglio!) ---- per la femmina
o + yo = O wo! (Colpisci il bersaglio!) ---- per il maschio
o + yelo = O welo (Sta colpendo il bersaglio) --- per il maschio

Fare qualcosa
ecun ecun + ye = Ecun we! (Fallo!) ---- per la femmina
ecun + yo = Ecun wo! (Fallo!) ---- per il maschio
ecun + yelo = Ecun welo (Lo sta facendo) ---- per il maschio


Nonostante le forme we, wo e welo siano più appropriate nelle frasi sopra descritte, alcuni usano ugualmente ye, yo e yelo.


Terminazioni finali delle frasi a seconda del sesso maschile o femminile

Nella nostra storia della Creazione sia la donna che l'uomo sono vitali per la Creazione. La filosofia insegna che la donna gioca un ruolo specifico, esattamente come l'uomo. La lingua ed in modo specifico l'utilizzo delle terminazioni finali delle frasi ci ricordano questa filosofia.
Sfortunatamente, nel 1881 il Congresso degli Stati Uniti alla richiesta dell'Ufficio per gli Affari Indiani , passò una legge che privava gli Indiani d'America dei nostri principali rituali e ci proibiva l'uso della nostra lingua nativa. Nel 1883, l'Atto Dawes o “Atto di spartizione”, separò le famiglie e portò via le terre, rinforzando il processo di acculturazione da parte delle missioni cristiane e delle istituzioni di educazione.
Questo processo legalizzato attaccò il ruolo dell'uomo condizionandoci ad agire in modo simile ad un cavallo da lavoro – ubbidire senza fare domande. Gli uomini che non avevano contatti con modelli di ruolo maschile, iniziarono ad usare il modo di parlare femminile. Non conoscendo le differenze, essi realizzarono che il linguaggio femminile era la norma. Allo stesso modo, le donne che crebbero sostenute dai fratelli e cugini maschi, usarono il modo di parlare maschile.
Questo cattivo uso delle terminazioni delle frasi continua ancora oggi. Ad un pow-wow ho sentito un ragazzo fare un annuncio citando un uomo che aveva fatto una donazione. Questo ragazzo, citando il donatore, usò terminazioni di frase femminili. Gli anziani presenti al pow-wow abbassarono la testa, ma nessuno disse nulla. Oggi noi abbiamo paura di rivolgere l'attenzione su queste questioni. Per giustificare questa perdita, qualche uomo dice che “huwo” è usato solo in espressioni formali, ma questa non è stata la mia esperienza. Gli uomini che utilizzano il modo di parlare femminile non hanno avuto un modello di ruolo maschile che usava le terminazioni maschili appropriate.
Fortunatamente, alcuni anziani conservano il linguaggio nella sua forma tradizionale tenendo vivo il linguaggio maschile. Essi ricordano le canzoni che portano messaggi e lezioni vitali per la cultura e la filosofia Lakota.
Noi sopravviviamo anche grazie alle madri ed alle nonne ed alle loro storie.
Sebbene l'identità Lakota di entrambi i sessi sia stata attaccata, le donne in qualche modo mantengono il loro ruolo di conservare le tradizioni. Attraverso la forza d'animo delle donne, gran parte della filosofia e del linguaggio sopravvive.






NUMERI da 1 a 5

UNO WANCI / WANJI
DUE NUPA / NUP / NUM
TRE YAMNI
QUATTRO TOPA
CINQUE ZAPTAN

Wanci viene usato per contare degli elementi oppure quando si recitano i numeri. Viene di solito usato da solo, piuttosto che all'interno di una frase, che identifica gli elementi che vengono contati.
Wanji in Lakota significa “uno di loro”. Ci sono al massimo due elementi, ma wanji identifica uno di loro. Viene di solito usato all'interno di una frase completa.
Nupa si usa per contare degli elementi, per recitare i numeri o in frasi complete, quando chi parla non lo abbrevia con nup o num.
A volte, in discorsi rapidi, nupa viene abbreviato con nup o num, perchè questo rende più facile il legame con la parola successiva. Questa differenza dipende dalla preferenza di chi parla o dalla tiospaye (famiglia estesa).

 
Introduzione al dialogo


Nei seguenti esempi di dialogo, le terminazioni finali delle frasi al maschile appaiono prima della barra (/) e le terminazioni finali delle frasi al femminile, invece, si trovano dopo lo barra. In questo modo potrai apprendere entrambe le forme di dialogo maschili e femminili.

1) Domanda ad una singola persona:

Come stai? Toniktu ka huwo / he?

Risposte:

A) Bene. Waste yelo / ksto

B) Tempi difficili. Otehi yelo / ksto
Questa risposta indica che qualcosa non va. Generalmente chi risponde dirà volontariamente i motivi per cui le cose vanno male.

C) Molto bene. Lila waste yelo / ksto


2) Domanda ad un gruppo:

Allora, come state tutti? Ho eyes tokeske oyaunyanpi huwo / he?
(Domanda riferita alla famiglia, alla tiospaye).

Risposte:

A) Bene. Waste yelo / ksto

B) Tempi difficili. Otehi yelo / ksto

C) Molto bene. Lila waste yelo / ksto

D) Andiamo bene. Tanyan unkounyanpelo / unkounyanpi ksto




Otehi

Quando c'è un inverno rigido e la gente sta passando tempi difficili per mancanza di calore o di cibo, questo è OTEHI. Quando qualcuno che ci è caro è malato o muore, questo è otehi. Quando ci colpiscono le epidemie, quando le persone muoiono, quando non si ha più speranza, questo è otehi. Non riesci a trovare lavoro da nessuna parte, questo è otehi. Questi sono i significati di questa parola. Non significa tradizionalmente: “Sei in uno stato di malessere dopo una sbornia e senza soldi per un altro drink”, come viene usato oggi nel linguaggio delle riserve.


Ordini in Lakota e risposte

Durante il corso di lingua Lakota è cruciale ascoltare l'insegnante. Ascoltando, scoprirai i suoni Lakota ed il flusso del linguaggio. Nelle famiglie tradizionali, i genitori non hanno bisogno di gridare ai loro bambini se si stanno comportando male. Al contrario, essi dicono le seguenti frasi e le loro espressioni facciali segnalano ai loro bambini di interrompere qualsiasi cosa stiano facendo e di prestare attenzione. Mentre insegna la lingua, l'insegnante dirà le seguenti frasi per ottenere attenzione:

Ascolta! Sss! Anagoptanyo / ye!
Tutti voi, ascoltate! Sss! Anagoptanpo / pe!

Durante il corso di lingua Lakota, l'insegnante chiederà spesso di ripetere i suoni, le parole e le frasi, attraverso le seguenti espressioni:

Ripeti dopo di me! Ho, mihakab eyayo / ye!
Ripetete dopo di me! Ho, mihakab eyapo / pe!

Ho è l'abbreviazione di hokahe, un'espressione maschile che significa “Andiamo!” o “Siamo pronti!”. Quando sentirai persone che parlano in Lakota dire “Ho”, molto spesso starà ad indicare “Hokahe”. A volte, invece di sentir dire “Hokahe wana!”, sentirai dire “Ho wana!”, che significa “Andiamo adesso!” o “Siamo pronti adesso!”.

Per chiedere come si dice una parola o una frase inglese in Lakota, fai le seguenti domande, mettendo nello spazio la parola in inglese. Per esempio, per chiedere come si dice “pencil” (matita) in Lakota, devi fare questa domanda:

Waunspe wicakiya, wasicu iya pencil eyapi ki le tokeske Lakota iya eyapi huwo/he?

(Insegnante, la parola inglese pencil, come si dice in Lakota?)

Risposta:

He Lakota iya wicaso eyapelo/eyapi ksto.

(In Lakota si dice wicaso, che letteralmente si traduce “strumento per fare segni”.)

Slolwaye Sni contro Owakahnige Sni

Il popolo Lakota è un popolo orgoglioso, che pratica integrità ed onestà. Per acquisire tali virtù, non si deve aver paura di cercare comprensione o conoscenza. Sebbene sia difficile esprimere “Non lo so”, ci sono volte in cui questo è necessario. La frase Lakota per esprimere ciò è “Slolwaye sni”. Dovrai esprimerlo con sincerità per ricevere una risposta onesta. A volte chi ascolta potrebbe supporre che stai ammettendo stupidità piuttosto che cercare informazioni.
Se conosci un argomento, ma non lo comprendi, dovrai dire “Owakahnige sni”, che significa “Non capisco”. Puoi anche dire “Slolwaye keyas owakahnige sni”, cioè “Lo conosco, ma non lo capisco”. Queste espressioni sono importanti per acquisire saggezza, definita come la combinazione di conoscenza ed esperienza.

Quando l'insegnante finisce di dare le direttive o presenta una lezione, lei o lui ti chiederà se hai capito. Memorizza le seguenti frasi con l'appropriata risposta:

Hai capito? Oyakahniga huwo / he?

Sì, ho capito. Hau, owakahnigelo. / Han, owakahnige ksto.
No, non ho capito. Hiya, owakahnige sni yelo / Hiya, owakahnige sni ksto.
__________________

Avete capito tutti? Oyakahnigapi huwo / he?

Sì, abbiamo capito. Hau, unkokahnigapelo / Han, unkokahnigapi ksto
No, non abbiamo capito. Hiya, unkokahnigapi sni yelo / Hiya, unkokahnigapi sni ksto


 Per indicare che si è d'accordo con la frase, si deve iniziare con un'affermazione (hau o han) e poi ripetere la frase.
 Per formare una frase con una risposta negativa, bisogna iniziare la frase con hiya (no), ripetere la frase, aggiungere sni (non), seguito dall'appropriata terminazione di frase a seconda del sesso di chi parla. Nota gli esempi sopra riportati.

N.B. Hiya viene usato da entrambi i sessi. A volte un uomo può dire “Hoh!” per indicare un no molto deciso.



SOMMARIO PRIMA LEZIONE

Quello che segue è un sommario di tutto ciò che abbiamo imparato nella Prima Lezione (Wounspe Tokahe):

 Sapere come si pronunciano le vocali base Lakota:

a e i o u

 Sapere come si usano i seguenti saluti Lakota:

Saluto Risposta

wicasa Hau, t.d.p. (termine di parentela) wicasa Hau, t.d.p.
wicasa Hau, t.d.p. winyan Han, t.d.p.

winyan solo termine di parentela winyan Han, t.d.p.
winyan solo termine di parentela wicasa Hau, t.d.p.


 Conoscere il significato dei seguenti termini di parentela:

tanhansi hankasi sic'esi
cepansi kola maske

 Riconoscere quando le seguenti terminazioni appartengono al sesso maschile o femminile, al singolare o plurale, ad affermazioni, domande o comandi:

ksto/ye yelo pi ksto/pe
pelo he? huwo?
pi he? pi huwo? ye!
yo! pe! po!
we! wo!

 Riconoscere i numeri da 1 a 5:

wanci/wanji nupa/num/nup yamni
topa zaptan

 Saper fare domande e risposte nel seguente dialogo:

Toniktu ka huwo/he?
Ho eyes tokeske oyaunyanpi huwo/he?
Oyakahniga huwo/he?
Oyakahnigapi huwo/he?


 Conoscere il significato delle seguenti parole:

wicasa winyan waste
otehi u o
lila hokahe owakahnige
slolwaye sni hoh hiya
han hau wounspe
tokahe wicincala hoksila

 Capire e riuscire ad usare le seguenti frasi:

Wasicu iya ____ eyapi ki le tokeske Lakota iya eyapi huwo/he?
Tanyan unkounyanpelo. / unkounyanpi ksto.
Ho mihakab eyayo! / ye!
Ho mihakab eyapo! / pe!


SECONDA LEZIONE
(WOUNSPE ICI NUPA)


Le vocali nasali Lakota

Ci sono tre suoni per le vocali nasali Lakota (an, in, un). Per fare pratica ad emettere questi suoni, tappati il naso e ripeti a voce alta i suoni seguenti.

Esercitazione di pronuncia

Lo scopo dell'esercitazione di pronuncia è quello di imparare ad articolare i suoni Lakota. Alcune parole hanno lo stesso spelling e la stessa pronuncia, ma diverse intonazioni, che cambiano il significato della parola. Comunque, per identificare l'intonazione, le sillabe accentate verranno scritte in grassetto. Pronuncia le seguenti parole per fare pratica con le vocali nasali Lakota:

an in un

ohan Inyan unweya
han winyan ounye
wohan hin unni
lowan hinhe unti
olowan ohinhe ungli
hehan hinhan unhi
kiin ungle


Guida alla pronuncia

Quando una vocale nasale Lakota si trova all'inizio di una parola, il suono nasale è articolato molto chiaramente.

Esempi: un-we-ya In-yan

Quando una vocale base Lakota ed una vocale nasale Lakota vengono scritte insieme, ogni vocale viene pronunciata separatamente. Contando il numero dei suoni totali delle vocali (base e nasali), si può identificare il numero di sillabe:

Esempi:

ki-in 2 vocali = 2 sillabe
o-un-ye 3 vocali = 3 sillabe






Vocabolario per le vocali nasali Lakota

OHAN (o han) 1) Espressione femminile di accordo. “Tutto bene”, “OK” (i
maschi dicono hau).

Hihanni ki u wo/we! Ohan.
“Vieni domani. Tutto bene.”

2) Mettere qualcosa sui tuoi piedi.

Hanpa ki lena ohan yo/ye!
“Metti queste scarpe!”.

3) Bollire o fare lo stufato.

Talo ki lena ohan yo/ye!
“Fai uno stufato con questa carne!”

(ohan) 4) Vivere in mezzo a un gruppo.

Hel ohan ounye yelo/ksto
“Lei o lui è in mezzo a loro.”


Ohan: Lena ohan yo/ye!

Se un uomo veste bene, dimostra che le sue sorelle e le sue cugine femmine lo amano. Loro sono coloro che lo vestono bene, che sono orgogliose di lui. Le sorelle faranno delle cose per i loro fratelli. Una cugina femmina farà delle cose per il suo cugino maschio. Ed in cambio egli provvede ai suoi bisogni, al suo calore, ed alla sua protezione. Egli provvede a queste cose perchè la ama. Le parenti donne sanno che egli darebbe la sua vita per loro senza esitazione. Comunque, le sue parenti donne lo trattano con rispetto ed onore. Ai loro occhi, egli merita la loro attenzione grazie al suo amore verso di loro. L'attenzione dai genitori o da altri parenti dimostra che un ragazzo sta realizzando qualcosa di buono. Questo tipo di cure viene messo in risalto.
Una donna stava infilando perline in un bellissimo paio di mocassini per suo fratello per dimostrargli il suo affetto. Suo fratello era un tipo tranquillo e non parlava mai molto. Egli entrò nel tipi proprio quando lei aveva finito. Appena fu entrato, lei disse: “Tiblo, lena ohan ye” (Fratello più grande, mettiti queste). Poi, lei gli porse i mocassini. Egli li guardò e disse: “Pilamayayelo” (Grazie). Era commosso. Uscì fuori. Lei mise via le sue cose, andò fuori, e notò che lui stava bollendo qualcosa. Andò a vedere e lì lui stava bollendo quei mocassini pensando che fosse ciò che lei intendesse dire.
Anche la nostra stessa gente che parla fluentemente in Lakota, può a volte interpretare male una parola. Per mettere a conoscenza di questo problema chi parla la lingua Lakota, noi raccontiamo loro storie come questa. Quando si insegna la lingua, noi raccontiamo queste storie per aiutare te e gli studenti, a capire. Questo esempio particolare dimostra l'importanza dell'intonazione. Con certe parole, dare più tono a diverse sillabe, cambia l'intero significato della parola.

INYAN (In yan) Pietra. Inyan oyate: “Gente di pietra” o “Nazione della Pietra”


Inyan: la storia della Creazione

Inyan fu all'inizio. Inyan diede inizio alla Creazione facendo defluire il suo sangue per creare. La prima Creazione fu Maka, la Terra. Dopo Maka, sorse un'altra necessità ed Inyan fece defluire il suo sangue per rivolgere quella necessità verso Maka. A mano a mano che questo processo continuava, Inyan divenne debole, sempre più debole, mentre la sua energia continuava a fluire in ogni Creazione. Nella nostra storia della Creazione, l'ultima Creazione fu la Nazione degli Umani. La donna venne creata per prima, per replicare Maka, donatrice della vita e del nutrimento. Dopo fu creato l'uomo, per essere simile all'Universo e per provvedere al nutrimento ed alla protezione. Il potere dell'Universo combinato con il potere della Terra per creare la vita. Allo stesso modo, uomini e donne insieme creano la vita.
Una volta che la Creazione fu terminata, Inyan era arida e fragile e dispersa in piccoli pezzi in ogni luogo del mondo. Oggi noi usiamo Inyan oyate, la Gente di Pietra, nella nostra cerimonia Inipi (cerimonia di purificazione). Quando le pietre vengono portate dentro, noi ci riferiamo a loro come tunkan oyate (“la più antica Nazione della Creazione”). Questo ci ricorda che le pietre erano all'inizio come Inyan.
Attraverso questa storia, noi crediamo che tutti noi proveniamo da un'unica risorsa, Inyan. Noi tutti siamo stati creati dal sangue di Inyan. Per rivolgerci a tutta la Creazione come un parente, noi usiamo la frase “Mitakuye oyas'in” (Tutti miei parenti).


Tiospaye

Tiospaye è un gruppo (ospaye) che vive insieme (ti). Questo è il modo in cui noi ci rivolgiamo alla famiglia. E' una famiglia unita basata sulla stirpe. Il solo modo per unirsi ad una tiospaye è la discendenza, il matrimonio o l'adozione. L'idea della discendenza proviene dalla storia di origine. Noi tutti proveniamo da Inyan, che è la più antica Creazione. E' per questo che il legame di sangue è importante.
Ogni tiospaye ha le sue proprie caratteristiche e personalità. Al massimo un membro di una tiospaye ha avuto esperienza di qualche sbaglio che può capitare nella vita. Oppure, qualcosa di buono che vuoi riconoscere, qualcuno in quella famiglia l'ha raggiunto. Questo è il modo in cui insegniamo ai nostri bambini. Noi possiamo dire “Vedi cos'ha fatto tuo zio? Vedi come ha onorato la famiglia?” Oppure possiamo dire “Impara dagli errori che ha fatto tuo cugino”. Un bambino impara osservando sia il bene che il male. In questo modo, una tiospaye diventa essenziale per l'educazione.
Sebbene ci siano queste differenze all'interno di una tiospaye, le similarità di base nella filosofia e nella spiritualità legano i parenti l'un l'altro. Noi potremmo avere diversi dialetti, diverse pronunce delle parole, ma tutti noi abbiamo la stessa comprensione della Creazione, la Pipa, i rituali.


Ripasso dei saluti

tanhansi cugino da maschio a maschio (per i Lakota: “fratello”)
sic'esi cugino da femmina a maschio (per i Lakota: “fratello”)
hankasi cugina da maschio a femmina (per i Lakota: “sorella”)
cepansi cugina da femmina a femmina (per i Lakota: “sorella”)
kola amico da maschio a maschio
maske amica da femmina a femmina


CEKICIYAPI
Loro si stanno rivolgendo l'un l'altro come parenti

Noi iniziamo ad insegnare l'importanza dei parenti nella tiospaye e nella Creazione con l'inizio della vita di un bambino. Dal momento del concepimento, la tiospaye si prepara per l'arrivo del bambino. Quando il bambino è pronto per venire al mondo, una persona di buona reputazione che pratica la spiritualità Lakota, viene scelta per essere presente. Questa persona sarà la prima che terrà il bambino e che gli pulirà la bocca. In quel momento lei pronuncerà una preghiera che regolerà il corso della vita del bambino.
Inoltre, la famiglia sceglierà un'altra persona con una forte spiritualità per dare il nome al bambino. La cerimonia del nome avviene sia durante l'infanzia, sia più tardi, quando il bambino capisce la lingua Lakota. In entrambi i casi, il nome riflette la natura del bambino e in cosa lui o lei si svilupperà. Quando il bambino è cresciuto, noi insegniamo a lui o a lei che cosa significa il suo nome, e che cosa ci si aspetta. Per rispetto, questo nome non viene usato normalmente tutti i giorni. Invece, quando un bambino viene riconosciuto per il raggiungimento di qualcosa che non dà beneficio solo a lui – o a lei, ma anche alla famiglia ed alla gente, il bambino viene onorato pubblicamente. In quel momento, il nome viene usato per onorare il bambino.
Quando avevo otto o nove anni, mia madre mi disse che se avessi inciso le mie iniziali da qualche parte, il mio nome sarebbe diventato hunwin, cioè sarebbe stato danneggiato, deturpato e che avrebbe avuto un cattivo odore. Quando eravamo bambini, non incidevamo mai i nostri nomi, né usavamo la prima persona come “Sono io....” o “Io feci....”. Questo evitava l'idea di dare più importanza a sé stessi rispetto alle altre persone e mi insegnò umiltà e rispetto per il mio nome e per le altre Creazioni.
Sfortunatamente, il significato dei nomi Lakota cambiò quando il governo fece un censimento di tutti i membri delle tribù nell'anno 1880. Essi tradussero in inglese il nome del capo famiglia, di solito il nome Indiano del padre, per creare il cognome della famiglia, e diedero al resto dei membri della famiglia ristretta, dei nomi Cristiani, senza curarsi dei loro precedenti nomi Indiani. Di conseguenza, i bambini di fratelli e sorelle furono allevati con diversi cognomi e non realizzarono di appartenere alla stessa tiospaye. Questo cambiamento portò via il riconoscimento individuale tanto quanto la responsabilità individuale di mantenere l'impegno legato al nome. Da questo punto iniziale, noi abbiamo iniziato a dare nomi Cristiani quando un bambino veniva battezzato. Comunque, le persone che comprendono la filosofia Lakota, l'hanno applicata a questi nuovi nomi Cristiani, di modo che potessero creare per loro nomi d'onore. Per esempio, una persona potrebbe dare il nome di un santo ad un bambino, poiché prima sarebbe stato chiamato Wanbli, l'Aquila. Secondo la filosofia Lakota, entrambi sono nomi d'onore. Le persone che non comprendono questa filosofia, a volte sminuiscono il nome senza curarsi di cosa gli succede.
I rituali Lakota ci ricordano la nostra storia della Crazione. Noi tutti proveniamo da un'unica risorsa. Mitakuye oyas'in “Siamo tutti in relazione”. Questo concetto è il fondamento per la tiospaye. Per tenere stretto questo fondamento, oggi noi stiamo di nuovo imparando a rivolgerci l'un l'altro con un termine di parentela, ed a riportare l'onore ai nostri nomi.


ESERCITAZIONE DI PRESENTAZIONE

Presentare sé stessi e gli altri

Istruttore: (Termine di parentela), nicaje ki taku huwo/he?
Parente, qual'è il tuo nome?

Uomo: Hau (termine di parentela), (nome) emaciyapelo nahan le ins
(termine di parentela) wayelo.
Ciao, il mio nome è (nome) ed io chiamo lui/lei (termine di
parentela).

Donna: Han (termine di parentela), (nome) emaciyape nahan le ins
(parente) waye ksto.
Parente, il mio nome è (nome) ed io chiamo lui/lei (termine di
parentela).

Per esempio

Istruttore: Hau tanhansi, nicaje ki taku huwo?
Uomo: Hau tanhansi, Duane emaciyapelo nahan le ins hankasi
wayelo.
Istruttore: Hau.

Istruttore: Hau hankasi, nicaje ki taku huwo?
Donna: Han sic'esi, Neola emaciyape nahan le ins cepansi waye
ksto.

Istruttore: Sicesi, nicaje ki taku he?
Uomo: Hau hankasi, Duane emaciyapelo nahan le ins tanhansi
wayelo.


Istruttore: Cepansi, nicaje ki taku he?
Donna: Cepansi, Jael emaciyape nahan le ins sic'esi waye ksto.


NUMERI DA 1 A 10

Ripasso numeri da 1 a 5

UNO WANCI / WANJI
DUE NUPA
TRE YAMNI
QUATTRO TOPA
CINQUE ZAPTAN

Numeri da 6 a 10

SEI SAKPE
SETTE SAKOWIN
OTTO SAGLOGAN
NOVE NAPCIYUNKA
DIECI WIKCEMNA


Linea guida per M ed N
unite alle vocali base Lakota

Diversamente da altre consonanti, m, n, b e p seguono regole specifiche quando vengono usate con le vocali base o nasali Lakota. A causa della frequenza di queste quattro lettere, questa linea guida viene introdotta adesso, per permetterti di fare pratica con esse negli esercizi futuri.

1) Pronuncia: Quando una vocale base Lakota (a, e, i, o, u) segue le lettere m od n, la vocale base Lakota viene pronunciata con un suono nasale. La combinazione di suoni (m + vocale base Lakota o n + vocale base Lakota) produce in modo naturale un suono di vocale nasale.

2) Spelling: Nonostante la pronuncia nasale, la vocale nasale non va scritta.

Esempi:

miye NON minye
mahel NON manhel

niye NON ninye
ni NON nin



Esercizio orale

Fate pratica pronunciando le seguenti parole. Le sillabe da evidenziare sono messe in grassetto:

maza misun nahan
maku ni mu nu


Linea guida per B e P
unite alle vocali nasali Lakota

1) Pronuncia: Le vocali nasali Lakota (an, in, un) che precedono le lettere b o p creano in modo naturale il suono della lettera m quando sono pronunciate insieme.

2) Spelling: Nonostante la pronuncia della m, la parola è ancora scritta con la vocale nasale Lakota.

Esempi:

wanbli NON wambli
anpo NON ampo


Esercizi orali

Fate pratica pronunciando le seguenti parole, ricordando che:

1) Le vocali base Lakota vengono pronunciate come vocali nasali Lakota quando seguono le lettere m o n.
2) Quando una vocale nasale Lakota (od un suono di vocale nasale Lakota creato dalle lettere m o n) precede le lettere b o p, si sente il suono della lettera m.

nablaya nupin imapi
wanbli inipi



Introduzione alle coniugazioni

La coniugazione è il processo tramite il quale, a fronte del cambiamento del soggetto (chi compie l'azione in una frase) viene cambiato anche il verbo a riflesso di questo mutamento. In Lakota, si coniugano i verbi aggiungendo i pronomi. Il verbo ed il suo utilizzo determina quale pronome si debba usare. Molti verbi attivi (verbi che implicano azione ed hanno un oggetto, esplicito od implicito, che riceve questa azione) vengono coniugati nella forma seguente. (Con ogni tipo di coniugazione, ci saranno sempre dei verbi irregolari. Ricorda, questa coniugazione è usata per molti – non tutti – verbi attivi. Le eccezioni verranno esposte nelle prossime lezioni.)

CIN
volere qualcosa

1° persona singolare Io voglio wacin
2° persona singolare Tu vuoi yacin
3° persona singolare Egli/Ella/Esso vuole (he) cin
Tu ed io Tu ed io vogliamo uncin
1° persona plurale Noi vogliamo uncinpi
2° persona plurale Voi volete yacinpi
3° persona plurale Essi vogliono (hena) cinpi

Cambiando il pronome, il soggetto della frase cambia:

Maza ska ki hetan wacin yelo / ksto.

Io voglio un po' di quel denaro.

Nota: Maza ska vuol dire “metallo dei bianchi”. Interpretazione occidentale: “denaro”. Dal primo incontro con le persone Europee, la nostra lingua Lakota si è espansa man mano che abbiamo conosciuto nuovi oggetti e materiali che avevano bisogno di essere identificati con un nome.

Maza ska ki hetan uncin yelo / ksto.

Tu ed io vogliamo un po' di quel denaro.


La forma “Tu ed io”

In Lakota, ci sono sette forme: prima, seconda e terza persona singolare; prima, seconda e terza persona plurale; e la forma tu ed io. La forma “tu ed io” viene usata quando una persona si rivolge ad un altra in una maniera inclusiva. Non viene usata quando sono coinvolte più di due persone.
La forma Tu ed Io è importante. La filosofia Lakota mette in risalto le responsabilità individuali. Una persona è responsabile della sua propria crescita, dei risultati raggiunti, e delle relazioni con gli altri. E' un viaggio personale. Di conseguenza, tu non puoi affidare ad altri un problema o parlare per gli altri senza il loro consenso. Se hai il consenso di un'altra persona, allora puoi usare il pronome “noi”. Altrimenti, è più sicuro dire “tu ed io”. Mentre stai imparando la lingua, puoi fare esperienza sull'uso di questa frase più e più volte in diverse situazioni. Prendi nota di quanto spesso viene usata ed in quali situazioni. Ho cercato di spiegare questo ad un mio buon amico, Ron Goodman. Mentra ascoltava, disse: “Voi siete dei tipi cattivi quanto il nostro Giuda. Noi diciamo sempre che se tre di noi si sedessero e si trovassero d'accordo su qualcosa, il Messia scenderebbe giù un'altra volta”. E' un'esperienza meravigliosa quando puoi alzarti in piedi e dire: “Noi abbiamo fatto questo” o “Noi faremo questo”. Ciò dimostra che c'è un gruppo che è d'accordo con te e che lavorerete insieme. Essendo Lakota, noi realizziamo che questo mutuo accordo deve essere raggiunto e che è una sfida.

He ed Hena

He (3° persona singolare; lui, lei o esso) ed Hena (3° persona plurale; essi) sono opzionali. Se è chiaro di chi o di cosa si sta parlando, chi parla non userà he o hena. Per esempio, se due persone stanno parlando di un uomo, che è già stato nominato, uno di loro potrebbe dire: “Lila waste yelo/ksto”, ovvero “Lui è molto buono”. Nella conversazione è ovvio chi è molto buono. Non c'è bisogno di menzionarlo di nuovo. Chi parla fluentemente non spenderà mai molto tempo con le parole in una conversazione. Non è necessario elaborare nei dettagli quando capisci le parole o la loro implicazione.
Se chi parla vuole enfatizzare il soggetto, lui o lei includerà il pronome (he o hena) ogni volta che lo nominerà: Wohanpi ki, he lila waste yelo/ksto, ovvero “Lo stufato o la zuppa, esso è veramente buono”. Questo tipo di ripetizione è comune in Lakota. Quando si usa effettivamente, l'emozione viene fortemente espressa.

Suffisso pi

Il suffisso pi è usato per mostrare che il soggetto è plurale ed è un essere vivente.

Per esempio:

Maza ska ki hetan uncinpelo/uncinpi ksto.
Noi vogliamo un po' di quel denaro.

N.B. Ricorda: pi + yelo = pelo


Esempi di verbi coniugati con il pronome wa:

TI
vivere da qualche parte

Io vivo wati
Tu vivi yati
Lui vive (he) ti
Tu ed io viviamo unti
Noi viviamo untipi
Voi vivete yatipi
Essi vivono (hena) tipi




HI
essere qui

Io sono qui wahi
Tu sei qui yahi
Egli è qui (he) hi
Tu ed io siamo qui unhi
Noi siamo qui unhipi
Voi siete qui yahipi
Essi sono qui (hena) hipi

I verbi Lakota non usano diversi tempi per identificare il tempo di cui si sta parlando. Questo cambiamento avviene quando viene aggiunto un riferimento temporale. Più avanti ci sarà una completa spiegazione di questo.

Frasi semplici

Lel wati yelo/ksto. Wana unhipelo/unhipi ksto.
Io vivo qui. Noi siamo qui.

U
venire

I sto venendo wau
Tu stai venendo yau
Egli sta venendo (he) u
Tu ed io stiamo venendo unku *
Noi stiamo venendo unkupi *
Voi state venendo yaupi
Essi stanno venendo (hana) upi

* Per la forma Tu ed Io e per la prima persona plurale (noi), bisogna aggiungere una k per separare la vocale nasale (un) dalla vocale iniziale (u).



Tipi

La lingua Lakota è basata spesso su descrizioni che non possono essere riportate nella loro traduzione italiana. Per esempio, la parola che descrive il caffè, wakalyapi, letteralmente significa: “Qualcosa sta bollendo”. Analogamente, la parola che descrive la zuppa o lo stufato, wohanpi, letteralmente signfica: “Loro stanno facendo una zuppa o uno stufato”. La traduzione italiana “caffè” e “zuppa” non descrive il senso dell'azione che viene ritratto nelle parole Lakota.
Tipi è un'altra parola di questa categoria. Tipi significa: “Essi vivono (da qualche parte)”. Questa non è una descrizione delle nostre case tradizionali. Se una persona vuole una parola Lakota che descriva una capanna conica, la parola corretta da usare è tipestola, “Lei o lui vive nella capanna ripida appuntita” o ti ikceya, “Lei o lui vive nella capanna comune”.
Tipestola e ti ikceya sono descrizioni più vivide per dire ciò che oggi viene descritto in Inglese come “teepee”.
Qualcuno direbbe che pi in tipi trasforma il verbo in nome. Io non sarei d'accordo. In Lakota spesso noi descriviamo gli oggetti tramite le loro azioni. La coniugazione dimostra che pi viene aggiunto ai verbi quando il soggetto è plurale e si tratta di un essere vivente (animato). Tutte e tre le parole – wakalyapi, wohanpi e tipi – sono verbi. Comunque, questi verbi vengono usati per descrivere oggetti e quindi fungono da nomi. Sono le parole usate per identificare “caffè”, “zuppa” e “capanna”.
Spesso documenti scritti riportano queste parole in base a ciò che esse identificano, senza fare una traduzione completa. Una volta che una traduzione è documentata e pubblicata, diventa difficile per noi, che parliamo Lakota, riportare indietro il completo significato della parola, come ci è stata insegnata dai nostri Antenati.


Parlare Inglese in Lakota

Una volta, mentre un ragazzo stava parlando in Lakota durante una riunione, un uomo anziano si sporse verso di me e disse: “Ascolta. Egli sta parlando inglese”. Un uomo seduto dalla parte opposta rispetto a me rise, ma io ero confuso. Le parole che il ragazzo usava erano Lakota. Cosa voleva dire l'uomo anziano con “Egli sta parlando inglese”? Più tardi, capii. Sebbene il ragazzo stesse parlando in Lakota, la configurazione del pensiero, la struttura delle frasi, erano inglesi. Stava “parlando inglese”.
Questi errori avvengono quando si seguono le regole di grammatica inglesi invece della configurazione di pensiero Lakota. Tieni a mente questo, per come sarà introdotto il modello di pensiero Lakota.


Introduzione alle Frasi Semplici

Ogni lingua segue il suo proprio modello di pensiero. In italiano, la configurazione abituale è:

Soggetto-verbo-aggettivo-oggetto

Esempio:

Io voglio un po' di quel denaro
(soggetto) (verbo) (aggettivo) (oggetto)

La lingua Lakota, come quella italiana, ha anch'essa il suo proprio modello di pensiero. Per introdurre le frasi semplici ed i dialoghi, è necessario prima imparare l'ordine delle parole in Lakota.



Esempio:

Lakota: Maza ska ki hetan wacin yelo/ksto
(oggetto) (aggettivo) (soggetto)(verbo) (genere finale)

Ordine delle parole in Lakota: Denaro un po' di quel io voglio
Ordine delle parole in Italiano: Io voglio un po' di quel denaro

Questo esempio dimostra il modello di pensiero Lakota. Quando si sta imparando il dialogo e le frasi semplici, si deve fare attenzione all'ordine delle parole e delle frasi ed evitare di usare la struttura italiana.

1) Se il soggetto è un pronome e NON è la terza persona singolare o la terza persona plurale (he/hena), il soggetto si mette insieme al verbo.

Lakota: Maza ska ki hetan wacin yelo/ksto.
(oggetto) (aggettivo) (soggetto) (verbo) (genere finale)

2) Se il soggetto E' la terza persona singolare o la terza persona plurale (he/hena), esso sarà posto per primo nella frase. Ciò è vero se il soggetto è un pronome (he/hena) o un nome (wayawa ki: “gli studenti”).

He maza ska ki hetan cin yelo/ksto.
(soggetto) (oggetto) (aggettivo) (verbo) (genere finale)

Hena maza ska ki hetan cinpi yelo/ksto.
(soggetto) (oggetto) (aggettivo) (verbo) (genere finale)

Duane maza ska ki hetan cin yelo/ksto.
(soggetto) (oggetto) (aggettivo) (verbo) (genere finale)

Wayawa ki maza ska ki hetan cinpi yelo/ksto.
(soggetto) (oggetto) (aggettivo) (verbo) (genere finale)

3) Wounspe Tokahe (La prima lezione) introduce la forma negativa della frase: Hiya, owakahnige sni yelo/ksto. Quando si formano delle frasi in forma negativa, bisogna iniziare la frase con hiya (no) e mettere sni (non) davanti al genere finale. Si noti il metodo nel seguente esempio:

Hiya, maza ska ki hetan wacin sni yelo/ksto.
No, io non voglio un po' di quel denaro.








Vocabolario

cin............. volere hi...................... essere qui
el............... in hiya................... no
hel............. lì maza ska ki........ denaro
hetan......... un po' di quel lel....................... qui
ti................ vivere u......................... venire
wana.......... adesso sni....................... non


Riferimenti temporali

Per esprimere il tempo in Italiano, si cambia il verbo:

Io volli, io ho voluto (passato remoto, passato prossimo)
Io voglio, io sto volendo (presente)
Io vorrò (futuro)

Per esprimere il tempo in Lakota, bisogna aggiungere uno specifico riferimento temporale. Sebbene alcuni verbi cambiano, molti verbi rimangono gli stessi. In generale, per esprimere il tempo, si inizia la frase con uno specifico riferimento temporale:

Passato
hihanni = l'altra mattina
hanhepi = l'altra notte

Presente
le hihanni ki = stamattina (1)
le hanhepi ki = stanotte
wana = adesso

Futuro
hihanni ki-(kte) = domani (2)
hanhepi ki-(kte) = la prossima notte (3)

Note:

1) Le____ki = 'Questo'.'Le hihanni ki' = questa mattina oppure 'Le hanhepi ki' = questa notte
2) Gli anziani che parlano fluentemente Lakota, specialmente Sissitunwan o Ihanktunwan, pronunciano la parola “hihanni” hihanna ki. Entrambe le pronunce sono corrette.
3) Quando ki viene aggiunto a hihanni e ad hanhepi, essi diventano riferimenti temporali, hanhepi ki (la prossima notte) e hihanni ki (domani).



Struttura delle frasi

I riferimenti temporali sono messi per primi in una frase. I pronomi di terza persona singolare e plurale (he/hena) possono essere posti prima o dopo il riferimento temporale. Presta attenzione alla struttura della frase nei seguenti esempi:

Passato Per esprimere il tempo nel passato, bisogna usare un riferimento
di tempo passato
Hihanni wahi yelo/ksto (Io ero qui questa mattina).

Presente Per esprimere il tempo nel presente, bisogna usare un riferimento
di tempo presente
Wana wahi yelo/ksto (Io sono qui adesso).

N.B. Wana può anche essere usato insieme ad un altro riferimento temporale per enfatizzare una situazione immediata: Le hihanni ki wana lila tate yelo/ksto. (Questa mattina, è veramente ventoso adesso).

Futuro Per esprimere il tempo nel futuro, bisogna aggiungere kte alla fine
della frase ed usare un riferimento temporale
Hanhepi ki wahi ktelo/kte ksto (Io sarò qui stanotte).

N.B. Quando kte viene usato per esprimere il futuro, diventa: kte + yelo = ktelo, kte + ye = kte

Sommario della Seconda Lezione

Quello che segue è un sommario di tutto quello contenuto nella Wounspe Ici Nupa (Seconda Lezione) che gli studenti devono aver imparato:

1) Sapere come si pronunciano le seguenti Vocali Nasali Lakota:

an in un

2) Sapere come formulare e rispondere alle seguenti domande. Pratica cekiciyapi (rivolgersi l'un l'altro come parenti).

Domanda: (Termine di parentela), nicaje ki taku huwo/we?
Risposta: (Termine di parentela), nome emaciyapelo/emaciyapi ksto.

3) Sapere i numeri da 1 a 10:

1 wanci/wanji 6 sakpe
2 nupa 7 sakowin
3 yamni 8 saglogan
4 topa 9 napciyunka
5 zaptan 10 wikcemna

4) Essere in grado di spiegare ed usare la Linea Guida per M ed N usate insieme con le Vocali Base Lakota.

5) Essere in grado di spiegare ed usare la Linea Guida per B e P usate insieme con le Vocali Nasali Lakota.

6) Sapere come si coniugano i verbi usando la seguente struttura:

1° persona singolare wa___
2° persona singolare ya___
3° persona singolare (he)___
Tu ed io un(k)___
1° persona plurale un(k)___pi
2° persona plurale ya___pi
3° persona plurale (hena)___

7) Sapere come usare i seguenti riferimenti temporali:

Passato
hihanni = questa mattina
hanhepi = l'altra notte

Presente
le hihanni ki = questa mattina
le hanhepi ki = questa notte

Futuro
hihanni ki-(kte) = domani
hanhepi ki-(kte) = domani notte

8) Sapere come usare kte.

9) Conoscere le definizioni e saper usare le seguenti parole:

ohan hetan
cekiciyapi tiospaye
Inyan nahan
oyate lel
tunkasila wanbli
pilamayayelo/pilamayaye hel
el maka ska

10) Capire ed essere in grado di usare la corretta struttura delle frasi Lakota:

1. Se il soggetto è un pronome e NON la terza persona singolare o plurale (he/hena), il soggetto viene integrato al verbo.

Maza ska ki hetan wacin yelo/ksto.
2. Se il soggetto E' la terza persona singolare o plurale (he/hena), esso apparirà per primo nella frase. Ciò è vero se il soggetto è un pronome (he/hena) o un nome che funge da nome di persona (Duane) o nome di un gruppo (wayawa ki).

He maza ska ki hetan cin yelo/ksto.

Hena maza ska ki hetan cinpi yelo/ksto.

Duane maza ska ki hetan cin yelo/ksto.

Wayawa ki maza ska ki hetan cinpi yelo/ksto.

3. I riferimenti temporali vengono per primi nella frase ECCETTO i pronomi di terza persona singolare e plurale (he/hena), che possono essere posti sia prima che subito dopo il riferimento temporale:

He wana maza ska ki hetan cin yelo/ksto.

Wana he maza ska ki hetan cin yelo/ksto.

4. Per creare una frase in forma negativa, bisogna iniziare la frase con hiya e mettere sni davanti al genere finale:

Hiya, he wana maza ska ki hetan cin sni yelo/ksto.

Hiya, hanhepi ki yau kte sni yelo/ksto.

11) Essere in grado di usare e capire le seguenti frasi:

Lena ohan yo!/ye!
Hau, (nome) emaciyapelo nahan le ins (termine di parentela) wayelo.
(Termine di parentela), (nome) emaciyape nahan le ins (termine di parentela) waye ksto.

12) Saper usare e capire i seguenti verbi wa:

u ti cin hi


Buon divertimento!

lunedì 9 gennaio 2012

Cavalli Arabi

L'ESSENZA DEL DESERTO SI E' PLASMATA CAVALLO

 

 

Il cavallo arabo è una fra le razze equine tra le più antiche e utilizzate.
Cavallo molto nobile dal busto fine; pelle sottile ed elastica ricoperta da peli corti e lucenti. Gli zoccoli sono piccoli e durissimi; gli appiombi sono perfetti. L' arabo è il cavallo esteticamente più tipico. È una razza a sangue caldo originaria della Penisola Arabica, utilizzato per creare o per migliorare alcune razze, fra cui anche il purosangue inglese. Pionieri tra gli altri dell'inoltro in Europa dei purosangue arabi furono l'italiano Carlo Claudio Camillo Guarmiani e l'inglese Lady Anne Blunt, capace e appassionata intenditrice che organizzò il Crabbet Arabian Stud.
Ottimo per trekking e gare di resistenza è spesso utilizzato anche come tiro leggero rapido.



Origini e attitudini 

La sua origine risale al 3000 a.C. Nel IV secolo d.C., i Beduini  praticavano l'allevamento selettivo, secondo criteri di selezione validi ancora oggi. La storia narra che la sua origine risale, secondo l' emiro Abd - El - Kader, a Dio: << Quando Dio decise di creare il cavallo, disse al Vento del Sud: " voglio farti diventare una Creatura. Condensati" e il Vento si condensò. L' arcangelo Gabriele apparve immediatamente, prese una manciata di quella materia e la presentò a Dio, che fece un baio oscuro dicendo: "ti chiamerò cavallo; ti farò arabo e ti darò il colore della formica; ho appeso la felicità sul ciuffo che ti ricade sugli occhi. Sarai il Signore degli animali, gli uomini ti seguiranno ovunque andrai; sarai abile nell' inseguimento e nella fuga; sulla tua schiena ci saranno ricchezze e per tua mediazione arriverà la fortuna". Poi Egli mise sul cavallo il segno della gloria e della felicità: un segno bianco in mezzo alla fronte.>> Si formarono inizialmente sette tipologie principali, che successivamente si ridussero alle tre che ancora oggi conosciamo:
  • l'arabo beduino (assil) rappresenta il tipo originario e si divide a sua volta in tre sottotipi: kuhailan, resistente e potente; siglavy, bello ed elegante; muniqi, leggero e velocissimo.
  • l'arabo di pura razza è il discendente dei tre tipi appena citati, ed è quello che noi conosciamo come arabo (diffuso in tutto il mondo).
  • la razza araba comprende cavalli di sangue orientale che, pur rispettando per morfologia e carattere il tipo arabo, hanno nel loro albero genealogico parentele con il berbero, con l'arabo persiano e con il siriano.
È stato impiegato per creare o migliorare altre razze in ogni angolo della terra, primo fra tutte il Purosangue Inglese.





Aspetti morfologici 

Un purosangue arabo
  • Tipo: Mesomorfo
  • Altezza al garrese: 145 - 155 cm circa; in alcuni casi scende al di sotto del limite minimo.
  • Peso: 350 - 450 kg
  • Mantello: Grigio, Sauro (rossiccio), Baio (marrone con criniera e coda neri e garretti bianchi), Morello (completamente nero).
Purosangue arabo
La caratteristica fisica che distingue il cavallo di razza araba rispetto alle altre razze è che le vertebre della sua colonna spinale sono più corte e quindi la schiena è più corta rispetto agli altri cavalli; da ciò deriva la compattezza del suo fisico, lasciando inalterati gli altri organi vitali. Da qui il suo impiego negli sport di resistenza come l' endurance (gare che arrivano anche a 160 km da percorrere) in cui il cuore (delle stesse dimensioni di un qualsiasi altro cavallo) deve sostenere ed irrorare un fisico più compatto di un altro cavallo, dando all'arabo una resistenza maggiore in uno sforzo minore del cuore.




Beh che dire? 
Spettacolari! 



Fantasy Avatar - Angeli e Demoni

A quanti di voi è successo di ritrovarsi a guardare delle immagini a dir poco spettacolari? 
Fantasy, che siano Angeli o Demoni, perfino io permango assopita nei loro riflessi,
inebriandomi in ogni loro sfumatura.

Ho fatto una piccola raccolta di immagini che a me sono molto piaciute nel corso degli anni,
ma ovviamente non le posto tutte, sono davvero troppe.. ma alcune volentieri.

Se avete richieste in futuro, volentieri cercherò di esaudire ogni vostro desiderio figurativo. 

Buona visione!









E ieri sono passato presso un cimitero e ho visto la vita che danzava sopra la sua tomba.

 



 

 Può uccidere con un sorriso, può ferire con il suo sguardo e può incrinare la tua fede con le sue bugie casuali, mostra solo ciò che vuole che tu veda, si nasconde come una bambina... ti può portare ad amare, ti può prendere o lasciare, può chiederti di dire la verità ma non ti crede mai e prende tutto ciò che sei disposto a darle, purchè tu non prenda nulla in cambio, ruba come un ladro... si prende cura di te, è capace di aspettare se lo vuole, ma è in anticipo rispetto al suo tempo, non cede mai, non si da mai per vinta, cambia solo idea... ti prometterà il Paradiso e anche di più, incurante ti ferirà per poi ridere quando sanguinerai, ma tirerà fuori il meglio e il peggio di te... spesso è gentile, poi improvvisamente è crudele, ma può fare come preferisce, sa il fatto suo, e non può essere condannata, si è guadagnata il suo posto nel mondo, e al massimo getterà ombre su di te... sarà sempre una DONNA.

 

 

domenica 8 gennaio 2012

Poltergeist..o suggestione?

Il poltergeist lo spirito burlone
Il poltergeist o ''spirito burlone" è uno degli aspetti più intriganti dell'intero panorama del mondo paranormale. Le persone che non credono agli spiriti sono molte, ma coloro che scientemente rinnegano la possibilità che il poltergeist sia un fenomeno concreto sono pochissime.
Anche se, ovviamente, la loro teoria preferita consiste nell'immaginare che il poltergeist altro non sia che una delle tante potenzialità ancora inspiegate della nostra mente. Se il poltergeist è un fantasma o uno spirito, così come la sua stessa definizione implica, la sua principale caratteristica è quella dell'inganno.
In un caso di poltergeist, si vedono gli oggetti volare nell'aria, le porte si spalancano e si chiudono da sole, pozze d'acqua compaiono come d'incanto materializzate dal nulla.
Per lo più non si tratta di fenomeni rari. In questo stesso momento, a soli pochi chilometri di distanza da te che stai leggendo, si sta manifestando un caso di poltergeist. Uno dei casi storici più clamorosi è quello citato nell'opera “Annales fuldenses” che ci riporta all'858 d.C. Teatro dei fatti una fattoria nei pressi di Bingen, sul fiume Reno. La cronaca parla di uno "spirito demoniaco" che scaglia pietre e fa tremare le pareti come se ci fossero uomini che le percuotono con dei martelli. Le pietre che volano sono una delle manifestazioni tipiche del poltergeist. Ma il fenomeno contemplava anche fuochi improvvisi - che, stranamente, non provocano quasi mai danni seri - e nella fattispecie del caso in questione avevano incendiato i covoni appena raccolti. A volte - sebbene molto più raramente - si avvertivano anche delle voci, che accusavano l'uomo dei suoi peccati, come l'adulterio e la fornicazione. Alcuni sacerdoti, inviati dal vescovo di Magonza, avevano eseguito un inutile esorcismo, perché è ormai ampiamente dimostrato che per far cessare questo genere di eventi l'esorcismo è pratica che non serve. Fu solo a cominciare dal 1882, con la nascita della Società per la ricerca psichica, che i fenomeni di poltergeist incominciarono a essere studiati con serietà e continuità. Sin da subito ci si accorse che tutte le volte in cui il poltergeist compariva, nella casa era presente un adolescente, che avrebbe potuto essere la "causa" scatenante. E in un'epoca in cui le teorie freudiane spopolavano, era evidente che l'ipotesi più plausibile fosse quella di una manifestazione incontrollata delle energie sessuali dell'inconscio del giovane, anche se nessuno era mai stato in grado di spiegare i veri meccanismi del fenomeno. In Inghilterra uno dei casi più noti è anche uno dei primi a essere stato perfettamente documentato: il fantasma del tamburino di Tedworth. I fatti avvennero nella casa di un magistrato di nome John Mompesson, nel marzo del 1661. Tutta la casa era disturbata ogni notte dal rumore assordante di un tamburo. Il magistrato aveva fatto arrestare per schiamazzi notturni un vagabondo, certo William Drury, che andava in giro per le strade suonando un tamburo. Mompesson aveva ordinato la confisca del tamburo, malgrado l'opposizione di Drury. L'uomo era finito in galera lo stesso per documenti contraffatti, ma era riuscito a scappare, senza poter però recuperare il suo tamburo. Da quel momento in avanti era iniziato il disturbo nella casa del giudice. Oltre a questo, lo "spirito" sbatteva le porte, abbaiava come un cane, squittiva e raspava come un topo, miagolava insistentemente come un gatto. Altre volte gridava a voce alta: «La strega! La strega!»; altre ancora svuotava la cenere e i pitali nei letti dei bambini. Sovente si vedevano oggetti volare nelle stanze senza cause apparenti. Nel 1663 Drury era stato "pizzicato" per aver rubato un maiale ed era tornato in carcere. Qui, parlando con un conoscente che era andato a fargli visita, si era lasciato scappare che quanto di strano stava accadendo nella casa del giudice era causa sua e che tutto sarebbe continuato fino a quando il giudice non avesse consentito di dissequestrare il suo tamburo. E così il misterioso fenomeno era cessato. Un altro caso famoso di poltergeist si verificò nella casa del reverendo Samuel Wesley - nonno del fondatore del metodismo - presso la sua canonica di Epworth, nel Lincolnshire. Il "vecchio Jeffrey", come i componenti la famiglia avevano incominciato a chiamare lo spirito, aveva iniziato le sue performances la mattina del 1° dicembre 1716 con forti grugniti e - qualche notte dopo - con violenti colpi alla porta. Lo spinto produceva anche rumore di passi che camminavano nel corridoio e nelle stanze vuote. Il "fuoco" del poltergeist venne sin da subito individuato nella diciannovenne Hetty Wesley, solitamente sveglia quando i fenomeni incominciavano. Come al solito, dopo qualche tempo, tutto si era placato. Invece il celeberrimo caso del fantasma di "Cock Lane" finì con un pover'uomo innocente condannato a due anni di prigione. Questa volta il "fuoco" della situazione era la decenne Elizabeth Parsons, la figlia di un impiegato di nome Richard Parsons. La famiglia Parsons aveva in casa due inquilini: un ristoratore in pensione, William Kent, e la sua compagna Fanny Lynes, la cui sorella Elizabeth era stata la moglie del signor Kent. (Era per questo motivo che i due non potevano sposarsi, dal momento che la legge proibiva ad un vedovo di sposare la sorella della moglie defunta). Una notte in cui Kent era assente, la signora Fanny aveva chiesto alla bimba decenne di tenerle compagnia e dormire con lei. Ma avevano passato tutta la notte sveglie per i colpi e i rumori che si erano scatenati nella stanza, provenienti dal rivestimento in legno delle pareti. Poi Fanny Lynes era morta di vaiolo e Kent se n'era andato. Ma i rumori erano proseguiti fino a che un sacerdote di nome Moore era intervenuto per mettersi in contatto con lo "spirito", usando un codice per cui un colpo era da intendersi come "si" e due come un "no". L'entità si era rivelata come quella della Lynes, che aveva accusato l'ex compagno di averla assassinata poco alla volta somministrandole dell'arsenico. Per sua sfortuna, Parsons non sapeva che il poltergeist ama fare scherzi e burlarsi della gente. Venuto a sapere della presunta colpevolezza del signor Kent, non se ne era sorpreso, tenuto anche conto che quell'uomo gli era sempre stato cordialmente antipatico. Senza badare al fatto che i colpi erano iniziati prima ancora della morte della donna, Parsons non aveva avuto esitazione a denunciare Kent. Per difendersi a Kent era stato sufficiente tornare alla casa di Cock Lane e mettersi in contatto con lo spirito. Quando questi gli aveva lanciato l'accusa di essere un assassino, Kent, senza scomporsi, lo aveva attaccato gridandogli: «Non è vero, perché tu sei uno spirito menzognero, tu sei uno spirito bugiardo!». In breve, il "fantasma" era diventato famoso. Quando però un comitato di investigazione - fra cui anche il dottor Johnson - aveva indagato, aveva preferito starsene ben zitto, convincendo Johnson che si trattava di una frode. E allora Kent aveva deciso di passare al contrattacco e di sporgere querela. Il soggetto perseguito era per ovvi motivi il signor Parsons, il padre della piccola Elizabeth. Si decise di procedere a una nuova seduta, chiarendo alla bimba che se anche quella volta lo spirito fosse stato zitto, papà e mamma se la sarebbero vista brutta e sarebbero finiti in galera. Ovviamente, in quella comunicazione qualcosa era venuto fuori. Ma i domestici, spiando segretamente, avevano avuto modo di vedere che i colpi usati per comunicare erano provocati da Elizabeth con l’uso di una piccola bacchetta di legno. Tutto era stato denunciato come frode. Al processo, Parsons era stato condannato a due anni e alla esposizione per tre volte alla berlina. La moglie a un anno, e una donna che in alcune occasioni aveva comunicato con lo spirito, si era presa sei mesi. In aggiunta, ai Parsons era anche stata comminata una multa di 588 sterline, una cifra niente affatto indifferente per i tempi. Quando però Parsons era stato esposto alla berlina, la gente gli aveva mostrato simpatia e solidarietà, tanto da sottoscrivere una colletta per aiutarlo: un gesto veramente inusuale, in un'epoca impietosa in cui il popolino si divertiva un mondo a maltrattare chi era alla gogna arrivando a volte anche ad uccidere. Sfortunatamente, dopo il processo, non disponiamo più di notizie sui vari protagonisti della storia; ma una cosa è certa: la famiglia Parsons subì una profonda ingiustizia. Molti testimoni che avevano assistito alle sedute di comunicazione, asserirono infatti che sarebbe stato letteralmente impossibile per la piccola Elizabeth falsificare i colpi nelle pareti. Uno dei casi americani di poltergeist più famoso è quello verificatosi in una fattoria del Tennessee di proprietà di un certo John Bell. Anche quello che diventò il caso della “strega di Bell” è decisamente inusuale, poiché - caso praticamente unico nella storia del fenomeno - le cose cessarono con la morte della vittima. Il signor Bell aveva nove figli. Betsy, una bimba di dodici anni, era il "fuoco" scatenante. I disturbi erano incominciati nel 1817 con alcuni “trattamenti” nelle pareti e colpi occasionali. Poi mani invisibili strappavano le coperte dai letti e si sentivano rantoli e strani versi che si sarebbero detti provenire dalla gola di un uomo. Nell'aria volavano pietre e i mobili si spostavano da soli. Sovente lo "spirito" schiaffeggiava Betsy, le cui guance arrossivano dopo i colpi; a volte si sentiva strappare i capelli. Dopo circa un anno di infestazione, il poltergeist aveva sviluppato una voce, uno strano rantolio asmatico. (Le voci che si manifestano in questi fenomeni sono molti simili a quella umana, come se l'entità voglia impossessarsi della voce di un medium sconosciuto). Le osservazioni erano sempre poco simpatiche, come, per esempio: «Non sopporto la puzza di un negro». Quando il fenomeno si placava, la piccola Betsy cadeva esausta: ulteriore prova che era proprio lei il centro del fenomeno. John Bell aveva cominciato a subire violenti assalti, la mascella gli si irrigidiva e la lingua si gonfiava, intanto il poltergeist aveva sviluppato una voce normale, che diceva di appartenere a un'indiana Old Kate Batts. (Anche se era solito servirsi di molte voci diverse). Disse che da qual momento avrebbe perseguitato Bell fino alla morte, come in realtà accadde. Le scarpe dell'uomo volavano nell'aria e lo andavano a colpire al volto e lo spavento gli procurava violente convulsioni. Tutto era andato avanti fino a un giorno del 1820 quando il poveretto era stato trovato in preda a un profondo stupore. La "strega" rivelò di aver somministrato al “vecchio Jack” una dose di medicinale che gli sarebbe stata letale. Quando Bell morì per davvero, lo spirito aveva manifestato la sua grande soddisfazione provocando strepiti e frastuoni. Circa un anno dopo, mentre la famiglia di Bell era a tavola, nella canna del camino si era infilato uno strano oggetto, simile a una palla di cannone, che era finito nella brace con un forte colpo. Nello stesso momento si era sentita la voce della strega che aveva gridato: «Eccomi, sono tornata e non me ne andrò che fra sette anni». Un "esperto" di poltergeist, Nandor Fodor, spiega la triste sorte del signor Bell ipotizzando un atto incestuoso da parte della figlia Betsy. Per Fodor il poltergeist è come un "frammento della personalità" del soggetto che per qualche motivo non ancora conosciuto si distacca e agisce in piena autonomia. Ovviamente, non esistono prove che questa spiegazione sia valida. Un altro caso americano di grande rilevanza è quello accaduto nel 1850 nella casa del reverendo Eliakim Phelps. Il fenomeno iniziò con lo spostamento di mobili e con l'apparizione di simulacri estremamente vivaci, che si concretizzavano in un attimo fra gli abiti stipati negli armadi e nei bauli. Poi il poltergeist era entrato nella fase del lancio delle pietre, con la conseguente rottura di sessantuno pannelli di vetro. La carta prendeva fuoco da sola e ogni genere di oggetto si frantumava da solo scagliato a terra o contro le pareti da mani invisibili. Il dodicenne Harry veniva sovente spintonato e sollevato in aria e una volta persino appeso al ramo di un albero. Anna, la sorella sedicenne, veniva regolarmente pizzicata e presa a schiaffi. Quando padre e figli lasciavano la casa per trascorrere l'inverno in Pennsylvania i fenomeni cessavano. Fu da una incredibile serie di fenomeni collegabili al poltergeist che prese le prime mosse una delle più straordinarie follie del XIX secolo, a noi nota oggi col nome di spiritismo. Il fenomeno, all'inizio si manifestò in casa della famiglia Fox, nello stato di New York, nel 1848. Il centro scatenante delle manifestazioni erano due sorelle Margaret, di quindici anni, e Kate, di dodici. Un vicino di casa che si era messo a interrogare lo "spirito" (col solito sistema dei colpi, uno per il si e due per il no) venne a sapere trattarsi di un venditore ambulante che era stato assassinato proprio in quella casa. (Qualche tempo dopo, nella cantina della casa furono ritrovate ossa umane e una caratteristica valigetta, tipica, per l'appunto, di un venditore ambulante). La grande pubblicità data a questo caso fece letteralmente scoppiare in America la moda, la mania dello spiritismo. Seduti attorno ad un tavolo, nel buio completo, le mani unite in una catena di energia, si interrogavano gli "spiriti", pronti a rispondere ad ogni domanda con la solita tecnica dei colpi. Alla fine dei contatti, lo "spirito" aveva annunciato alle sorelle Fox che da lì a poco sarebbe nata una nuova era per la comunicazione spiritica. Infatti, lo spiritismo si diffuse a macchia d'olio non solo negli Stati Uniti, ma anche in tutta l'Europa. Nei primi anni Cinquanta dell'Ottocento, un insegnante francese iniziò a interessarsi ai contatti medianici. Un giorno, mentre le due figlie di un amico si stavano esercitando, in trance, nella scrittura automatica, egli aveva provato ad interrogare lo "spirito", ricevendone risposte illuminanti. Gli esperimenti erano così continuati. Raccolte tutte queste testimonianze, egli aveva dato alle stampe una pubblicazione dal titolo “Libro degli spiriti” edito sotto uno pseudonimo che sarebbe diventato presto famoso: Allan Kardec. In breve, il testo divenne la Bibbia degli spiritisti. Il movimento crebbe a dismisura, anche se con contrasti interni, dal momento che alcune personalità non condividevano le convinzioni sulla reincarnazione proposte dal fondatore. Nel 1860 a Parigi, in Rue des Noyers, incominciarono a manifestarsi alcuni tipici fenomeni di poltergeist, quali sbattimento di porte e movimenti di mobili. Kardec non si era fatto pregare, ed era intervenuto subito. Nel corso delle comunicazioni, lo "spirito", che si diceva un uomo morto ormai da molto tempo, rivelò che tutta quella forza la traeva dalla "energia elettrica" vitale di una ragazza che stava al servizio nella casa. La ragazza, ovviamente, era all'oscuro di tutto e non per nulla era la più spaventata fra coloro che dimoravano nella casa. Dichiarò che aveva partecipato alle sedute spiritiche solo per curiosità e divertimento. Kardec si convinse che il poltergeist era una manifestazione evidente e violenta di "spiriti legali alla terra", vale a dire, persone defunte che per varie ragioni erano incapaci di progredire oltre al piano della materialità. Uno dei casi americani più noti del XIX secolo, è quello ricordato nel libro “The Great Amherst Mystery” da Walter Hubbell un mago professionista recatosi nel 1869 presso la famiglia Teed nella Nuova Scozia, per investigare su un caso di infestazione da poltergeist concentrata attorno alla figura di una ragazza diciottenne, certa Eshter Cox. I disturbi erano iniziati già da un anno, quando il ragazzo di Eshter, Bob MacNeal, l'aveva costretta, sotto la minaccia di una pistola, ad andare con lui in un boschetto con l'evidente intenzione di violentarla. Scoperto, il ragazzo era scappato e non si era mai più fatto vivo. Dopo questo increscioso fatto, Eshter e la sorella Jane avevano cominciato a sentire nelle pareti della loro camera da letto rumori simili al grattare di topi, e una volta una scatola di cartone si era sollevata in aria da sola. Due sere dopo, il corpo di Eshter si era gonfiato di colpo come un pallone, per tornare alla normalità col semplice schiocco delle dita. Le coperte venivano gettate per tutta la stanza. Il cuscino della ragazza si gonfiava come una palla. Alla presenza di più testimoni compariva la scritta: «Eshter, ormai tu sei mia e ti ucciderò». La ragazza, terrorizzata, parlava di "scariche elettriche" che le percorrevano il corpo all'improvviso. Quando il fenomeno toccava l'apice, si verificavano anche piccoli incendi, gli oggetti volavano per le stanze, i mobili si spostavano da soli ed Eshler era trasformata in una sorta di magnete umano capace di attirare, con suo grande pericolo, oggetti metallici di ogni genere, compresi attrezzi contundenti e coltelli. Alla fine, Hubbell era riuscito a mettersi in contatto con lo "spirito", il quale aveva palesato la sua autenticità "leggendo" medianicamente il numero di serie dell'orologio che lui portava al polso e il numero di una banconota che il mago aveva in una tasca. A seguito dell'incendio di un granaio, Eshter era stata ritenuta colpevole e condannata a quattro mesi di prigione, trascorsi i quali, una volta fatto ritorno a casa, la fenomenologia infestatoria era completamente cessata. La Società per la ricerca psichica venne fondata nel 1882, al fine di investigare in modo scientifico i cosiddetti "fenomeni psichici". Uno dei suoi membri più illustri, Frank Podmore, autore di una pregevole opera in due volumi sulla storia dello spiritismo, era convinto che, nella maggior parte, i casi di poltergeist altro non erano che delle burle, dove le pietre erano lanciate da bambini dispettosi, anche se era propenso ad ammettere che il celebre caso di Durweston, nella proprietà di Viscount Portman, era quasi certamente autentico. Podmore tenne una lunga corrispondenza con Andrew Lang, che gli rimproverava uno scetticismo eccessivo. Pare che la controversia venisse "vinta" da Lang. Nel 1890 il noto criminologo Cesare Lombroso studiò un caso di poltergeist accaduto in un'osteria di Torino. La prima volta che Lombroso aveva messo piede nel negozio, alcune bottiglie di vino, spostandosi da sole, erano cadute a terra. All'inizio, lo studioso aveva concentrato la sua ipotesi esplicativa sulla moglie del vinaio, ma anche in sua assenza i fenomeni non cessavano. Allora l'attenzione si era spostata su un inserviente di tredici anni. Allontanato il ragazzo dal negozio tutto si era finalmente placato. Insomma, sin dalle prime ricerche, è risultalo chiaro agli studiosi che un fenomeno infestatore si associa quasi sempre alla presenza di qualche persona particolare, in genere un adolescente con un problema psicologico e di sviluppo. Ma è stato soltanto con la fine degli anni Quaranta che per il fenomeno si è incominciato a parlare dell'ipotesi della "mente inconscia". Nel 1945, Nandor Fodor, sulle pagine della rivista «Journal of Clinical Psychopathology», presenta la sua teoria sulla "personalità frammentata". L'anno dopo, a West End, l'opera teatrale di Frank Harvey intitolata Poltergeist riscuote un grande successo. La trama si basa su un fatto realmente accaduto a Pitmilly House, dove un incendio provocato da un fenomeno di infestazione era stato oggetto di un forte risarcimento. In realtà Harvey trasferire la scena nel vicariato di Dartmoor. Questo lavoro diffonde su larga scala l'ipotesi della "mente inconscia", proposta in modo organico per la prima volta nel 1930 dal dottor Alfred Winterstein, nella discussione del caso della medium austriaca Frieda Weisl. Il secondo marito della donna, raccontava che quando erano appena sposati ogni volta che facevano l'amore i vestiti appesi al porta abiti se ne volavano via da soli. La contessa Zoe Wassilko-Serecki era giunta alla stessa conclusione studiando a fondo il caso di una medium di origine rumena, certa Eleanore Zugun, tormentata continuamente da un poltergeist che non la lasciava mai in pace con pizzicotti e schiaffi, ma anche morsi, che comparivano all'improvviso sul suo corpo ancora bagnati di saliva. Col finire degli anni Quaranta, la teoria della "mente inconscia" era universalmente accettata da tutti quegli studiosi convinti che il misterioso fenomeno del poltergeist non è una farsa, né una frode. Questa ipotesi è ben sintetizzata in un libro del giornalista Brian Branston, quando puntualizza: “Sono convinto che, sulla evidenza dei fatti, si possa tranquillamente accettare come proficua ipotesi di lavoro, l'idea che i fenomeni del poltergeist vengano provocati e prodotti inconsapevolmente da un soggetto la cui psiche è disturbata. Questa alterazione, questa mancanza di equilibrio, agisce sulla parte più antica e profonda del nostro cervello, la quale per una serie di cause non ancora note alla scienza, scatena tutti quei fenomeni che noi oggi, in senso generale, chiamiamo poltergeist. E questi eventi sembrano quasi gridare, chiedere aiuto, per essere scoperti nella profondità”. Tuttavia la teoria di Branston sembra non reggere davanti a un altro caso da lui stesso citato nei capitoli iniziali del suo libro, un episodio accaduto a Northfleet, nel Kent. Si tratta di un caso in cui i diversi proprietari che si erano succeduti nella casa si erano spaventati a tal punto che, alla fine, era rimasta disabitata. I primi proprietari, i Maxten, avevano dei bambini piccoli e in loro presenza avevano incominciato a manifestarsi i soliti fenomeni di infestazione: rumore come di topi che grattavano i muri, lenzuola e coperte che schizzavano via dai letti, oggetti che sparivano per comparire in altri luoghi della casa e così via. Ma un giorno la signora Maxten aveva visto il fantasma di una bambina di sei anni aggirarsi nelle stanze ed era stato troppo: la famiglia Maxten si era trasferita di gran carriera. I proprietari successivi non avevano figli, ma i fenomeni erano ricominciati: strani rumori nelle camere da letto, odori sgradevoli e via dicendo. Cose spiacevoli ma, tutto sommato, tollerabili. Una mattina però si era verificato un fatto sconvolgente: sull'estremità di un materasso mezzo rivoltato e sollevato per aria, stava seduto il piccolo fantasma colore rosa-arancio di una donna senza testa. E così anche loro se ne erano andati. La casa era rimasta disabitata. Eppure anche in quelle condizioni di totale abbandono, i vicini avevano continuato ad avvertire rumori e sbattimenti, che a volte si manifestavano in modo così violento da far tremare anche le pareti della loro casa. Ecco, dunque, un caso in cui il poltergeist non solo era continuato in presenza di soggetti diversi, ma addirittura in assenza di persone, quando la casa era rimasta vuota. Un caso simile è accaduto nella città di Pontefract, nello Yorkshire, nella casa della famiglia Pritchard. I mobili si muovevano da soli, gli oggetti e i soprammobili volavano nell'aria, dai rubinetti usciva della schiuma verdastra, la casa era scossa da colpi violenti come tuoni. A volte compariva un fantasma, una specie di "monaco" vestito di nero. L'infestazione aveva avuto inizio quando il più grande dei figli, Phillip, aveva compiuto quindici anni, e si era protratta per qualche giorno. Quando la sorella più piccola, Diane, aveva a sua volta compiuto quattordici anni, le manifestazioni erano riprese, ma questa volta con maggiore violenza. (Anche se durante la prima "esplosione" la ragazza non era presente nella casa perché in vacanza). Il poltergeist era formidabile: praticamente ogni oggetto che si poteva rompere andava in frantumi. Diane, a più riprese, era stata scaraventata giù dal letto e investita dai mobili che sembravano scagliarsi contro di lei. Una volta un crocifisso si era staccato dal muro e l'aveva colpita alla schiena procurandole un grosso ematoma. Alla fine, come già era accaduto la prima volta, tutto era cessato. Diane stessa si era resa conto che il fenomeno riusciva a manifestarsi utilizzando la sua energia e aveva anche intuito che, proprio per questo, non le avrebbe mai potuto fare seriamente del male. Casi del genere, ovviamente, suggeriscono che il poltergeist non è una manifestazione che dipende dalla mente inconscia di un giovane in condizioni psichiche squilibrate, ma - come sostiene Kardec - da uno "spirito", un'entità che continua, chissà perché, a mantenersi legata a un dato luogo e riesce a manifestarsi nel mondo reale solo prendendo a prestito dell'energia in eccesso da un essere umano vivente, non necessariamente un adolescente. Questa è la stessa conclusione cui è giunto alla soglia degli anni Sessanta il ricercatore Guy Lyon Playfair, studioso di fenomeni occulti, dopo alcune esperienze vissute in Brasile. Questo paese, come l'Inghilterra e la Francia, era rimasto fedele allo Spiritismo più schietto, quello teorizzato da Kardec, al punto che le sue opere più importanti “libro degli spinti” e “libro dei medium” erano diventati i libri sacri della nuova religione spiritualista. Dopo aver avuto modo di studiare attentamente alcuni casi di poltergeist indicatigli dall'Istituto brasiliano per le ricerche psicobiofisiche, Playfair non aveva potuto fare a meno di convincersi che la forza che sta dietro un fenomeno infestatore è azionata dagli "spiriti", i quali, agli ordini di stregoni e fattucchiere, possono andare a infastidire le persone che vogliono perseguitare. Un caso riguardava una ragazza di nome Maria, la quale era continuamente aggredita da un poltergeist che le stringeva la gola e le incendiava gli abiti. Un medium interrogato in proposito, disse che Maria nella sua vita precedente era stata una strega malvagia e che ora stava pagando tutto il male che aveva fatto. Disperata, la povera Maria si era suicidata a soli tredici anni. Nei suoi libri “Gli influssi del cosmo sulla vita terrestre” e “The Indefinite Boundary”, Playfair presenta una rassegna quanto mai convincente a sostegno dell'ipotesi che il poltergeist dipenda dall'azione degli "spiriti". Nel 1977, questo stesso autore e il suo collaboratore Maurice Grosse, membro della Società per la ricerca psichica, si sono imbattuti in un caso di poltergeist a nord di Londra. I fatti sono raccontati con dovizia di particolari in un libro divenuto classico: The Home is Haunted. In casa Harper c'erano quattro bambini, rispettivamente di tredici, undici, dieci e sette anni. Poiché i genitori erano divisi, la situazione familiare sotto il profilo psicologico era alquanto tesa. I fenomeni infestatori erano iniziati con lo spostamento dei mobili e con forti scosse dei letti. Un giorno, lo stesso Playfair aveva legato una sedia con una corda, ma l'energia era stata così forte da far saltare tutto. Un medium che aveva visitato la casa aveva avvertito la presenza di molte entità e individuato in Jane, la bimba di undici anni, il cosiddetto "fuoco" del fenomeno. Dopo vari tentativi, i due ricercatori erano finalmente riusciti a entrare in contatto con lo "spirito" tramite il solito meccanismo dei colpi. Si trattava di un precedente abitante che aveva occupato la casa trent’anni prima, ora morto. Le comunicazioni erano diventate messaggi scritti e alla fine il poltergeist si era manifestato con una voce strana e roca, quella di un certo Joe Watson. Un'altra volta, l'entità si era presentata come Bill Haylock, sepolto nel vicino cimitero di Durant Park. Quando gli veniva domandato se sapeva di essere morto, lo "spirito" era solito rispondere: «Fottiti». Eseguite le dovute ricerche, Bill Haylock era poi stato identificato in un signore del posto, defunto da qualche tempo. Da ultimo, nel 1978, un medium olandese, Dono Gmelig-Meyling, aveva chiesto di poter trascorrere un po' di tempo da solo nella casa e, grazie al suo intervento, il fenomeno era completamente cessato. L'uomo raccontò di essersi sdoppiato sul piano astrale e di aver incontrato una donna di ventiquattro anni, coinvolta nel caso. La figlia di Maurice Grosse, una ragazza della stessa età di nome Janet, era morta nel 1976 a causa di un incidente in moto. Per Playfair era proprio Janet la causa prima dell'infestazione, nel suo disperato tentativo di attirare l'attenzione del padre. Secondo lui, era stato lo "spirito" della povera giovane a innescare tutti processi che avevano condotto a quella situazione: la telefonata di un vicino degli Harper al «Daily Mirror», l'articolo apparso sul giornale e il conseguente interesse dei mass media e della Società per la ricerca psichica. (Kardec afferma che la nostra mente viene influenzata dagli "spiriti" assai di più di quanto possiamo immaginare). Tuttavia non sussistevano dubbi sul fatto che l'energia del poltergeist era messa a disposizione dalla psiche ancora instabile di Janet Harper. (Ad un certo momento, il fenomeno era diventato così forte da far commentare a Playfair che il vicino cimitero da lì a un po' si sarebbe letteralmente svuotato!). Ma la teoria secondo la quale questi fatti vengono scatenati dall'azione di "spiriti", continua a non trovare conferme nel mondo scientifico, che preferisce, senza dubbio, l'ipotesi decisamente più canonica prevista da Fodor. Ciò malgrado, alcuni casi testimoniano il contrario. Come, per esempio, quello del tamburino di Tedworth, dove sembra la magia a fare da padrona, e ben sappiamo come da sempre maghi, streghe e fattucchiere sostengano di operare attraverso l'intervento degli "spiriti". Chissà, ad ogni modo, una cosa pare certa: l'ipotesi di Podmore che tutto sia un falso, un volgare trucco, non regge davanti a strabilianti evidenze contrarie. Gli scettici, poi, aggiungono che i fenomeni paranormali non meritano attenzione poiché sono intermittenti e sporadici. Il che, purtroppo, non è affatto vero, dal momento che la casistica può ormai contare su migliaia di casi ampiamente documentati e su un numero enorme di eventi che si manifestano con regolarità, al punto da consentire agli studiosi di avvicinarli con sempre maggiore attenzione e cognizione di causa. Per questo la nostra opinione non può che essere una soltanto: è impossibile che chiunque si accosti al mondo del poltergeist con mente sana e libera non riconosca in piena onestà intellettuale come questo genere di cose sia assolutamente straordinario, vale a dire una realtà per ora inconoscibile, che sfida ogni risposta della scienza.